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Harry Potter e il Calice di Fuoco (6144 citazioni)
   1) Casa Riddle (109 citazioni)
   2) La Cicatrice (44 citazioni)
   3) L'invito (99 citazioni)
   4) Ritorno alla Tana (99 citazioni)
   5) I Tiri Vispi di Fred e George (111 citazioni)
   6) La Passaporta (88 citazioni)
   7) Bagman e Crouch (164 citazioni)
   8) La Coppa del Mondo di Quidditch (161 citazioni)
   9) Il Marchio Nero (262 citazioni)
   10) Caos al Ministero (115 citazioni)
   11) Sull'Espresso di Hogwarts (120 citazioni)
   12) Il Torneo TreMaghi (161 citazioni)
   13) Malocchio Moody (157 citazioni)
   14) Le Maledizioni Senza Perdono (183 citazioni)
   15) Beauxbatons e Durmstrang (164 citazioni)
   16) Il Calice di Fuoco (203 citazioni)
   17) I Quattro Campioni (143 citazioni)
   18) la Pesa delle Bacchette (229 citazioni)
   19) L'ungaro Spinato (183 citazioni)
   20) La Prima Prova (217 citazioni)
   21) Il Fronte di Liberazione degli Elfi Domestici (185 citazioni)
   22) La Prova Inaspettata (186 citazioni)
   23) Il Ballo del Ceppo (253 citazioni)
   24) Lo Scoop di Rita Skeeter (198 citazioni)
   25) L'Uovo e l'Occhio (176 citazioni)
   26) La Seconda Prova (229 citazioni)
   27) Il Ritorno di Felpato (212 citazioni)
   28) La Follia del Signor Crouch (282 citazioni)
   29) il Sogno (166 citazioni)
   30) Il Pensatoio (204 citazioni)
   31) La Terza Prova (267 citazioni)
   32) Carne, Sangue e Ossa (54 citazioni)
   33) I Mangiamorte (100 citazioni)
   34) Prior Incantatio (69 citazioni)
   35) Veritaserum (165 citazioni)
   36) Le Strade si Dividono (206 citazioni)
   37) L'Inizio (180 citazioni)
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L'invito


   Quando Harry arrivò in cucina, i tre Dursley erano già seduti a tavola. Nessuno di loro alzò gli occhi quando entrò e si sedette. Il faccione rosso di zio Vernon era nascosto dietro il Daily Mail del mattino e zia Petunia stava dividendo in quattro un pompelmo, le labbra contratte sulla dentatura cavallina.
    Dudley aveva l’aria arrabbiata e scontrosa, e in qualche modo sembrava prendere ancora più spazio del solito. Il che era tutto dire, visto che da solo occupava sempre un lato intero del tavolo quadrato. Quando zia Petunia posò un quarto di pompelmo non zuccherato nel piatto di Dudley con un tremulo «Ecco, Diddy, tesoro», Dudley la fulminò con lo sguardo. La sua vita aveva preso una piega alquanto sgradevole da quando era tornato a casa per l’estate con il giudizio di fine anno.
    Zio Vernon e zia Petunia avevano cercato di trovare delle scuse per i suoi brutti voti, come al solito; zia Petunia insisteva sempre nel dire che Dudley era un ragazzo molto dotato che gli insegnanti non capivano, mentre zio Vernon sosteneva che «comunque non avrebbe voluto per figlio una femminuccia secchiona». In più, ignoravano le accuse di prepotenze riportate nel giudizio: «È un ragazzo vivace, ma non farebbe male a una mosca!» diceva zia Petunia in tono lacrimoso.
    Comunque, in fondo alla pagella c’erano alcuni commenti accuratamente stilati dall’infermiera della scuola che nemmeno zio Vernon e zia Petunia poterono liquidare. Per quanto zia Petunia gemesse che Dudley era di costituzione robusta, e che il suo grasso era solo dovuto alla crescita, e che era un ragazzo in via di sviluppo che aveva bisogno di mangiare molto, restava il fatto che i sarti fornitori della scuola non avevano più calzoni alla zuava abbastanza grandi per lui. L’infermiera scolastica aveva visto ciò che gli occhi di zia Petunia — così acuti nell’individuare ditate sulle pareti scintillanti di casa sua, e nell’osservare gli andirivieni dei vicini — semplicemente si rifiutavano di vedere: che, ben lungi dall’aver bisogno di cibo in più, Dudley aveva raggiunto più o meno la taglia e il peso di una giovane orca assassina.
    Così — dopo molte scenate, dopo liti che fecero tremare il pavimento della camera di Harry, e dopo che zia Petunia ebbe versato molte lacrime — il nuovo regime era cominciato. La dieta prescritta dall’infermiera scolastica di Snobkin era stata attaccata al frigorifero, opportunamente svuotato di tutte le cose preferite da Dudley — bevande gassate e dolci, cioccolata e hamburger — e riempito invece di frutta e verdura e del genere di cose che zio Vernon definiva “roba da conigli”. Per non mettere Dudley a disagio, inoltre, zia Petunia aveva insistito che tutta la famiglia seguisse la dieta: così passò un quarto di pompelmo a Harry. Quest’ultimo notò che era molto più piccolo di quello di Dudley. Zia Petunia era convinta che la cosa migliore per far star su di morale Dudley era assicurarsi che almeno mangiasse più di Harry.
    Ma zia Petunia non aveva idea di cosa era nascosto sotto l’asse mobile al piano di sopra. Non sospettava minimamente che Harry non stesse affatto seguendo la dieta. Nel momento in cui aveva capito che ci si aspettava che sopravvivesse all’estate sgranocchiando carote, Harry aveva spedito Edvige dai suoi amici con richieste d’aiuto, e loro avevano risposto munificamente all’appello. Edvige era tornata da casa di Hermione con una grossa scatola piena zeppa di merendine senza zucchero (i genitori di Hermione facevano i dentisti). Hagrid, il guardiacaccia di Hogwarts, aveva offerto un sacco pieno dei suoi dolcetti rocciosi fatti in casa (Harry non ne aveva toccato uno: aveva già sperimentato abbastanza la cucina di Hagrid). E la signora Weasley aveva mandato il gufo di famiglia, Errol, con un’enorme torta alla frutta e pasticcini assortiti. Al povero Errol, che era vecchio e debole, ci erano voluti cinque giorni interi per riprendersi dal viaggio. E poi per il suo compleanno (che i Dursley avevano completamente ignorato) aveva ricevuto quattro splendide torte di compleanno, da Ron, da Hermione, da Hagrid e da Sirius. Harry ne aveva ancora due, e così, pregustando una vera colazione una volta tornato di sopra, prese a mangiare il suo pompelmo senza fiatare.
    Zio Vernon depose il giornale con un profondo sbuffo di disapprovazione e fissò il suo quarto di pompelmo.
    «È tutto?» disse scontroso a zia Petunia.
    Zia Petunia gli scoccò uno sguardo severo, e poi fece un cenno verso Dudley, che aveva già finito la sua parte e occhieggiava quella di Harry con uno sguardo molto acido negli occhietti porcini.
    Zio Vernon fece un gran sospiro che gli scompigliò i baffoni cespugliosi e prese il cucchiaio.
    Suonarono alla porta. Zio Vernon si alzò dalla sedia e attraversò l’ingresso. Veloce come un fulmine, mentre sua madre era alle prese con il bollitore, Dudley rubò il resto del pompelmo di zio Vernon.
    Harry senti parlottare, una risatina, e la risposta asciutta dello zio. Poi la porta si chiuse e dall’ingresso giunse un rumore di carta strappata.
    Zia Petunia posò la teiera sul tavolo e si guardò intorno incuriosita, cercando zio Vernon. Non dovette aspettare a lungo per scoprire dov’era finito; dopo un minuto circa, eccolo di ritorno. Era livido.
    «Tu» abbaiò a Harry. «In salotto. Subito».
    Stupito, chiedendosi che cosa diavolo avesse combinato stavolta, Harry si alzò e seguì zio Vernon nella stanza accanto. Zio Vernon chiuse bruscamente la porta dietro di loro.
    «Dunque» disse, marciando verso il camino e voltandosi per fronteggiare Harry come se stesse per dichiararlo in arresto. «Dunque».
    Harry avrebbe tanto voluto dire «Dunque che cosa?» ma non credeva che l’umore di zio Vernon dovesse essere messo alla prova la mattina così presto, soprattutto in condizioni di forte stress a causa della mancanza di cibo. Quindi decise di mostrarsi educatamente meravigliato.
    «È appena arrivato questo» disse zio Vernon. Sventolò davanti a Harry un foglio di carta da lettera violetto. «Una lettera. Parla di te».
    La confusione di Harry crebbe. Chi poteva scrivere di lui a zio Vernon? Chi conosceva che spedisse lettere via postino?
    Zio Vernon fissò Harry con severità, poi guardò la lettera e prese a leggere ad alta voce:
   
    Cari signori Dursley,
    Non siamo mai stati presentati, ma sono certa che abbiate sentito parlare molto di mio figlio Ron da Harry.
    Come forse Harry vi avrà detto, la finale della Coppa del Mondo di Quidditch si terrà il prossimo lunedì sera, e mio marito Arthur è appena riuscito a procurarsi dei posti di tribuna grazie alle sue conoscenze all’Ufficio per i Giochi e gli Sport Magici.
    Spero che ci permetterete di portare Harry a vedere la partita, perché si tratta davvero di un’occasione di quelle che capitano una volta nella vita; la Gran Bretagna non ospita la Coppa da trent’anni e i biglietti sono molto difficili da trovare. Naturalmente saremmo lieti di avere da noi Harry per quel che resta delle vacanze estive, e di premurarci che prenda il treno per la scuola.
    Sarebbe meglio se Harry ci spedisse la vostra risposta al più presto per via normale, perché il postino Babbano non ha mai consegnato lettere a casa nostra, e non sono nemmeno certa che sappia dove si trova.
    Augurandoci di vedere presto Harry,
    Sinceramente vostra,
    Molly Weasley
   
    P.S. Spero di aver messo abbastanza francobolli.
   
    Zio Vernon finì di leggere, s’infilò la mano nella tasca interna della giacca ed estrasse qualcos’altro.
    «Guarda qua» ringhiò.
    Prese la busta che aveva contenuto la lettera della signora Weasley, e Harry trattenne a stento una risata. Era tutta coperta di francobolli, tranne un quadratino sul davanti, nel quale la signora Weasley aveva incastrato l’indirizzo dei Dursley con una scrittura molto piccola.
    «Quindi ci ha messo abbastanza francobolli» disse Harry, come a dire che quello della signora Weasley era un errore che chiunque poteva fare. Zio Vernon lo fulminò con gli occhi.
    «L’ha notato anche il postino» disse a denti stretti. «Era molto curioso di sapere da dove veniva questa lettera. Ecco perché ha suonato. Sembrava che lo trovasse divertente».
    Harry non disse nulla. Altri avrebbero potuto non capire come mai zio Vernon facesse tante storie per un eccesso di francobolli, ma Harry viveva coi Dursley da troppo tempo per non sapere quanto erano sensibili a qualunque cosa fosse anche solo lievemente fuori dall’ordinario. Il loro peggior timore era che qualcuno scoprisse che conoscevano (anche se alla lontana) gente come la signora Weasley.
    Zio Vernon continuava a scrutare Harry, che cercò di restare impassibile. Se non avesse detto o fatto qualcosa di stupido, forse poteva riuscire a levarsi la soddisfazione di tutta una vita. Attese che zio Vernon dicesse qualcosa, ma quello si limitò a fissarlo. Così Harry decise di rompere il silenzio.
    «Allora… posso andare?» chiese.
    Un tic scosse il faccione violaceo di zio Vernon. I suoi baffi tremarono. Harry sapeva che cosa stava succedendo là dietro: la lotta furibonda tra due istinti basilari di zio Vernon. Permettergli di andare avrebbe reso Harry felice, una cosa contro cui zio Vernon combatteva da tredici anni. D’altra parte, lasciare che sparisse dai Weasley per il resto dell’estate voleva dire sbarazzarsi di lui due settimane prima di quanto avesse sperato, e zio Vernon odiava avere in casa Harry. Per concedersi il tempo di rifletterci, finse di guardare di nuovo la lettera della signora Weasley.
    «Chi è questa donna?» chiese, fissando con disgusto la firma.
    «L’hai vista» disse Harry. «È la madre del mio amico Ron, è venuta a prenderlo all’Espr… al treno della scuola qualche settimana fa».
    Aveva quasi detto “Espresso di Hogwarts”, e quello era un modo sicuro per far arrabbiare lo zio. Nessuno pronunciava mai il nome della scuola di Harry ad alta voce in casa Dursley.
    Zio Vernon contrasse il faccione come se stesse cercando di ricordare qualcosa di molto spiacevole.
    «Una donna tarchiata?» ringhiò alla fine. «Con un sacco di figli coi capelli rossi?»
    Harry si accigliò. Era convinto che fosse un po’ eccessivo da parte di zio Vernon definire qualcuno “tarchiato” quando suo figlio Dudley era riuscito nell’impresa in cui prometteva sin dall’età di tre anni, diventando più largo che alto.
    Zio Vernon studiò di nuovo la lettera.
    «Quidditch» borbottò a mezza voce. «Quidditch… che cos’è questa robaccia?»
    Harry provò una seconda fitta d’irritazione.
    «E uno sport» disse asciutto. «Si gioca su manici di…»
    «Va bene, va bene!» disse zio Vernon ad alta voce. Harry notò con una certa soddisfazione che sembrava vagamente spaventato. In apparenza i suoi nervi non avrebbero retto nel sentir pronunciare le parole “manici di scopa” nel suo salotto. Zio Vernon reagi strapazzando ancora la lettera. Harry vide le sue labbra formare le parole “ci mandi la sua risposta per via normale”. Zio Vernon aggrottò le sopracciglia.
    «Cosa vorrebbe dire, “per via normale”?» ringhiò.
    «Normale per noi» disse Harry, e prima che suo zio potesse fermarlo, aggiunse: «Sai, posta via gufo. È così che è normale fra maghi».
    Zio Vernon aveva l’aria offesa come se Harry avesse appena pronunciato una disgustosa parolaccia. Tremante di rabbia, scoccò uno sguardo nervoso al di là della finestra, come aspettandosi di vedere qualcuno dei vicini con l’orecchio schiacciato contro il vetro.
    «Quante volte devo dirti di non parlare di quelle cose innaturali sotto il mio tetto?» sibilò, il volto di un intenso color prugna. «Sei lì, porti gli abiti che io e Petunia abbiamo messo sul tuo corpo ingrato…»
    «Solo dopo che Dudley li ha consumati» disse freddamente Harry, e in verità indossava una felpa così grande per lui che aveva dovuto rimboccare le maniche cinque volte per poter usare le mani, e che scendeva oltre le ginocchia dei jeans estremamente cascanti.
    «Non ti permetto di usare quel tono con me!» ruggì zio Vernon.
    Ma Harry non aveva intenzione di sopportarlo. Erano finiti i giorni in cui era costretto ad accettare ogni stupida singola regola dei Dursley. Non seguiva la dieta di Dudley, e non aveva intenzione di lasciare che zio Vernon gli impedisse di andare alla Coppa del Mondo di Quidditch, non se poteva evitarlo.
    Harry trasse un profondo respiro per calmarsi e poi disse: «Ok, allora niente Coppa del Mondo. Ora posso andare? Voglio finire una lettera per Sirius. Sai… il mio padrino».
    L’aveva fatto. Aveva pronunciato le parole magiche. Osservò il colore violetto ritirarsi a chiazze dal viso di zio Vernon, facendolo assomigliare a un gelato al mirtillo mal mescolato.
    «Tu… tu gli scriverai?» disse zio Vernon, cercando di controllare la voce. Ma Harry aveva visto i suoi occhietti contrarsi per la paura improvvisa.
    «Be’… sì» disse Harry, noncurante. «È un po’ che non gli do mie notizie, e sai com’è, se non mi sente potrebbe cominciare a pensare che c’è qualcosa che non va».
    A quel punto s’interruppe per godersi l’effetto delle parole. Poteva quasi vedere gli ingranaggi al lavoro sotto i capelli fitti e ben pettinati di zio Vernon. Se avesse impedito a Harry di scrivere a Sirius, questi avrebbe potuto pensare che Harry veniva maltrattato. Ma se gli avesse impedito di andare alla Coppa del Mondo di Quidditch, Harry lo avrebbe scritto a Sirius, che così avrebbe saputo che veniva maltrattato. C’era una sola cosa che zio Vernon potesse fare e Harry la vide delinearsi nella mente dello zio come se il faccione baffuto fosse trasparente. Cercò di non sorridere, di mantenersi più impassibile che poteva. E poi…
    «Be’, allora va bene. Puoi andare a questa maledetta… a questa stupida… a questa Coppa del Mondo di nonsoché. Scrivi a questi… a questi Weasley e digli che devono venire a prenderti, però. Non ho tempo di accompagnarti in giro. E puoi dire al tuo… al tuo padrino… digli… digli che ci vai».
    «Allora ok» disse Harry allegramente.
    Si voltò e si avviò verso la porta del salotto, reprimendo a fatica la voglia di mettersi a saltare e gridare. Ci andava… andava dai Weasley, andava a vedere la Coppa del Mondo di Quidditch!
    Fuori nell’ingresso quasi si scontrò con Dudley, che origliava dietro la porta, con la chiara speranza di godersi la sfuriata. E invece Dudley fu scioccato alla vista del sorriso trionfante di Harry.
    «Ottima colazione, vero?» disse Harry. «Mi sento pieno come un uovo, e tu?»
    E ridendogli in faccia, Harry salì i gradini tre alla volta, e si precipitò nella sua camera.
    La prima cosa che vide fu che Edvige era tornata. Appollaiata nella sua gabbia, fissava Harry con gli enormi occhi d’ambra e faceva scattare il becco come faceva sempre quando era irritata per qualcosa. Il motivo della sua irritazione divenne evidente quasi subito.
    «Ahia!» disse Harry.
    Era stato appena colpito in testa da quella che sembrava una piccola palla da tennis grigia e piumata. Harry si massaggiò vigorosamente, alzando lo sguardo per capire che cosa fosse, e vide un gufo minuscolo, tanto piccolo da entrare nel palmo della sua mano, che svolazzava eccitato per la stanza come un fuoco d’artificio appena acceso. Il gufo aveva lasciato cadere una lettera ai suoi piedi. Si chinò, riconobbe la calligrafia di Ron, poi strappò la busta. Dentro c’era un biglietto scritto di gran fretta.
   
    Harry… PAPÀ HA I BIGLIETTI! Irlanda contro Bulgaria, lunedì sera. Mamma ha scrìtto ai Babbani per chiedergli di lasciarti stare da noi. Forse hanno già ricevuto la lettera. Non so quanto è rapida la posta babbana, ma ho pensato comunque di mandarti questo con Leo.
   
    Harry fissò la parola “Leo”, poi guardò il minuscolo gufo che ora sfrecciava attorno al lampadario sul soffitto. Mai visto niente con un nome così poco appropriato. Forse non riusciva a leggere la calligrafia di Ron. Tornò alla lettera:
   
    Verremo a prenderti, che ai Babbani piaccia o meno, non puoi perderti la Coppa del Mondo, solo che mamma e papà pensano che è meglio se facciamo finta di chiedere il loro permesso prima. Se dicono di sì, manda subito indietro Leo con la risposta, e saremo da te domenica alle cinque. Se dicono di no, rimanda subito Leo e verremo a prenderti domenica alle cinque comunque. Hermione arriva oggi pomeriggio. Percy ha cominciato a lavorare all’Ufficio per la Cooperazione Magica Internazionale. Non parlare assolutamente di Estero quando sarai qui a meno che tu non voglia farti strappar via le mutande dalla noia.
    A presto, Ron
    «Calmati!» disse Harry, mentre il piccolo gufo volava basso sulla sua testa, ululando come un matto (forse, immaginò Harry, per l’orgoglio di aver recapitato la lettera alla persona giusta). «Vieni qui, devi portare indietro la risposta!»
    Il gufo scese svolazzando sulla gabbia di Edvige, che lo guardò gelida, come per sfidarlo ad avvicinarsi.
    Harry prese di nuovo la penna d’aquila, afferrò un pezzo di pergamena pulito e scrisse:
   
    Ron, è tutto ok, ì Babbani hanno detto che posso venire. Ci vediamo domani alle cinque. Non vedo l’ora.
    Harry
    Ripiegò il biglietto fino a farlo diventare piccolissimo e con immensa difficoltà lo legò alla zampa del gufetto che saltellava frenetico. Appena pronto, il gufo parti di nuovo, filò fuori dalla finestra e scomparve.
    Harry si voltò verso Edvige.
    «Ti va di fare un bel viaggetto?» le chiese.
    Edvige tubò in tono dignitoso.
    «Puoi portare questo a Sirius da parte mia?» disse, prendendo la lettera. «Un attimo che la finisco».
    Srotolò di nuovo la pergamena e aggiunse in fretta un poscritto:
   
    Se vuoi metterti in contatto con me, sarò dal mio amico Ron Weasley per il resto dell’estate. Suo padre ci ha trovato i biglietti per la Coppa del Mondo di Quidditch!
   
    Poi legò la lettera alla zampa di Edvige, che rimase insolitamente immobile, come decisa a dimostrargli come dovrebbe comportarsi un vero gufo postino.
    «Sarò da Ron quando torni, va bene?» le disse Harry.
    Lei gli becchettò affettuosamente il dito, poi, con un morbido fruscio, spalancò le ali enormi e decollò dalla finestra aperta.
    Harry la guardò sparire, poi strisciò sotto il letto, sollevò l’asse mobile ed estrasse un grosso pezzo di torta di compleanno. Rimase seduto sul pavimento a mangiarla, assaporando la felicità che lo invadeva. Aveva un dolce, e Dudley non aveva altro che pompelmo, era una bella giornata estiva, avrebbe lasciato Privet Drive l’indomani, la cicatrice era di nuovo perfettamente normale, e avrebbe visto la Coppa del Mondo di Quidditch. Era difficile in quel momento preoccuparsi di qualcosa, perfino di Voldemort.
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