Lo strano caso dell'Harry Potter Lexicon By Avv. Marina Lenti

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1. L'antefatto
2.L'epilogo
3.La sentenza
4.L'impatto

Quasi un anno di battaglie legali, decine di deposizioni da parte degli interessati e dei loro esperti, centinaia di pagine di atti e, infine, una sentenza di ben sessantotto pagine, maturata nell’arco di ben quattro mesi. Questo il bilancio della disputa J.K.Rowling-Warner Bros v. Steve Vander Ark-RDR Books (benché tecnicamente Vander Ark non compaia in atti), iniziata nel 2007. Non in un giorno qualunque ma— in una tragicomica coincidenza con l’avvio della storia dei Potter — proprio alla vigilia di Halloween.

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1. L'antefatto link



La causa nacque nel tentativo di bloccare la realizzazione e la commercializzazione di una versione cartacea del del famosissimo sito Harry Potter Lexicon, creato dal fan americano Steve VanderArk e licenziato all'editore americano RDR Books. I costi della vertenza sarebbero stati proibitivi per questi ultimi, ma attesa la sua visibilità, essi poterono usufruire di una difesa gratuita da parte di esperti del diritto d'autore.
La questione, dal punto di vista legale, era semplice: Lexicon, nella sua forma online che sarebbe poi stata trasposta su carta, costituiva una violazione del diritto d’autore secondo le norme vigenti? La risposta è sì, almeno per quanto riguardava tutta la sua parte enciclopedica (che poi è la più sostanziosa), a meno che tale lavoro non fosse stato espressamente autorizzato dall’avente diritto (autorizzazione di cui il libro era, appunto, privo). Infatti, alla luce della legislazione odierna di tutti i Paesi avanzati, una pubblicazione che rimescoli semplicemente in ordine alfabetico fatti, personaggi e ambientazioni presi da un'altra rientra nella casistica delle violazioni, poiché tale rimescolamento non può essere definito un nuovo lavoro dell’ingegno che si avvale di minimi riferimenti all’opera primaria, ma diventa una semplice ‘rimasticatura’ di un lavoro già esistente.
Sotto questo profilo, l’invocazione da parte dell’editore americano del Primo Emendamento della Costituzione USA per dimostrare il proprio diritto alla pubblicazione di una tale opera fu un tentativo puerile di arrampicarsi sugli specchi, dal momento che lo scopo protettivo di tale Emendamento è completamente diverso da ciò che era applicabile al caso in oggetto.
Dal canto suo, anche l’autore di Lexicon era in palese contraddizione, visto che si lamentava dell’azione legale della Rowling ma on line mette tuttora, in bella evidenza, che i contenuti di Lexicon sono proprietà esclusiva del sito.
Il che, riferito alle parti enciclopediche dello stesso, rappresenta o una ridicolaggine oppure — e questo sarebbe più grave — una palese invocazione di due pesi e due misure.
Altrettanto ‘arrampicatoria’ fu la tattica di RDR di contestare a sua volta a Warner l’indebito utilizzo, nei dvd dei film potteriani, della Linea del Tempo elaborata da Lexicon sulla base dei fatti esposti nei romanzi (anche se va detto che almeno il riconoscimento di un credit nei dvd sarebbe stato corretto).
Quest’ultima contestazione era ancor più ridicola se si pensa che, secondo le dichiarazioni dell’editore, la lunghissima citazione in giudizio di Warner sarebbe stata depositata due ore dopo il sorgere della questione sulla suddetta Linea del Tempo e proprio ‘in rappresaglia’ alla stessa.
A meno di essersi avvalsi dell’abilità di Rita Skeeter, e soprattutto della sua piuma magica, risulta infatti difficile credere che lo staff legale di Warner abbia potuto redigere un documento così voluminoso e circostanziato in sole due ore… Ma in questo paragrafo di inquadramento non voglio ancora addentarmi nella disamina su chi aveva ragione e chi aveva torto dal punto di vista strettamente legale.
Quello di cui voglio parlare piuttosto, in quanto solleva molti interrogativi inquietanti, è il contorno extra-legale di tutta la vicenda.
Anzitutto viene da domandarsi perché, visto che la parte enciclopedica di Lexicon rappresenta una violazione, le sia stato permesso di rimanere on line fino a quel momento.
Le prima risposta che viene alla mente è che, se si applicasse alla lettera la legge sul diritto d’autore, moltissime sezioni di siti potteriani (e non solo potteriani) dovrebbero essere oscurate.
Questo non avviene perché, nel mondo amatoriale, la soglia di tolleranza è più elevata in quanto la rigidità della legge impedirebbe al fandom di esercitare, per così dire, 'l’oggetto sociale' che gli è proprio.
Per lo stesso motivo sono tollerate le fanzine cartacee musciali, che a stretto rigore di legge, almeno in Italia dovrebbero avere un direttore responsabile e dovrebbero essere registrate in tribunale.
Inoltre, c’è una grossa discriminante (non tanto giuridica quanto di mera percezione nella collettività) fra attività amatoriale e qualsiasi altra attività: di solito la prima non ha scopo di lucro.
Ma, nel caso in specie, è proprio vero che non c'è lucro? Proviamo a esaminare più a fondo la questione e vedremo che non è esattamente così...
Anzitutto, Lexicon online contiene pubblicità (benché molto contenuta) e affiliazioni a programmi come Google Adsense, che permettono comunque al gestore di ricavare qualcosa dalla propria attività on line.
Che poi questi proventi, seppure minimi (l’affluenza a Lexicon è copiosissima, ma le percentuali di ricavo attraverso Google restano pur sempre irrisorie), vengano usati per mantenere il sito o siano fonte di guadagno extra per il gestore, non ha alcuna importanza ai fini dell’analisi della discriminante: in via teorica si trata comunque di un guadagno.
Dunque la discriminante del lucro fra la pubblicazione online e quella cartacea invocata da Warner e Rowling per giustificare un intervento legale così tardivo, è una ‘scusa’ molto vacillante.
Secondariamente: gli scaffali sono pieni, da anni, di enciclopedie su Harry Potter, in tutte le lingue.
Perché in quei casi non è stata promossa alcuna azione? Forse l’accuratezza e la completezza di Lexicon lo faceva apparire più temibile di altri prodotti analoghi già sul mercato? In terzo luogo, la Rowling ha dichiarato che questo libro avrebbe fatto concorrenza all’enciclopedia che lei stessa ha preannunciato più e più volte di voler scrivere, sottraendo risorse alla beneficenza (cui la scrittrice devolverebbe infatti i proventi delle vendite).
L’affermazione è assolutamente risibile: Lexicon contiene materiale già noto, mentre la Rowling può aggiungere tutte le 'chicche' inedite che vuole rendendo il suo prodotto milioni di volte più appetibile.
E comunque, qualsiasi cosa che recasse il nome di JKR sul frontespizio, sarebbe sempre una garanzia di vendite (come del resto hanno provato i suoi due romanzi pubblicati dopo Harry Potter), non importa cosa ci sia già di analogo sul mercato.
L’ipotesi più verosimile, in caso di lavori meramente compilativi da un lato (Lexicon) e di lavoro con parti originali dall’altro (enciclopedia rowlinghiana), è che i fan che amano i libri collaterali avrebbero comprato entrambi, considerato anche che fra le due pubblicazioni sarebbero intercorsi degli anni (Lexicon esiste già, l’enciclopedia della Rowling no); la maggior parte dei fan di Harry Potter, invece, avrebbe comprato solo il libro della Rowling e questo è un dato incontrovertibile.
Va infatti ricordato che qualsiasi libro ‘corollario’ della saga (che non sia scritto dall’autore della saga stessa) non vende automaticamente lo stesso numero di libri che vende la saga, come invece tende a pensare il 99% delle persone. Tutt’altro.
Chi approfondisce una saga leggendo altri libri è una percentuale minima del fandom.
Tale percentuale scende ancora di più se si considera che la maggior parte di questi libri è solitamente edita da piccole case, che hanno poca visibilità sugli scaffali.
Per far capire meglio, rapportiamo per un attimo il discorso alla sola Italia: di norma solo il 2% dei libri firmati da sconosciuti (i quali non sono quasi mai editi da grosse case), siano essi romanzi o altro, raggiunge le 1000 copie vendute.
Se poi si considera che la percentuale media del diritto d'autore per uno scrittore non famoso va in media dal 4% al (nei casi migliori e più rari) 10% del prezzo di copertina, si può fare agevolmente il conto di quanto fruttifera sia l’operazione di un libro del genere.

Infine aggiungiamo che, nel caso delle parti enciclopediche di Lexicon, si tratta — come già evidenziato — di un lavoro meramente compilativo e che dunque non aggiunge alcuna nuova riflessione, spunto, arricchimento, analisi, approfondimento alle tematiche della saga, anche perché se lo facesse (cosa peraltro impossibile data l'intrinseca natura 'catalogatoria' di quest'opera), non si sarebbe trovato nel ginepraio dei tribunali, costituendo un’opera perfettamente legale.
Pertanto, il suo appeal commerciale si riduce ulteriormente: siamo infatti di fronte a un’opera prevalentemente destinata alla consultazione a fini didattici o come comodo e veloce riferimento per altri libri di analisi critica sulla saga.
Per non parlare del fatto che chi vuole può sempre servirsi gratuitamente con la versione on line (dopo la realizzazione del libro, il sito di Lexicon è stato oscurato per qualche giorno ma poi è tornato regolarmente online).
Altrettanto risibile è apparsa, per contro, la linea di difesa dell’editore americano, il quale aveva cercato di proteggere il proprio prodotto affermando che questo avrebbe dato la possibilità di usufruire del servizio di Lexicon ai bambini che non possono permettersi, perragioni economiche, l’accesso a Internet.
E’ infatti intuitivo che i genitori dei bambini che non possono permettersi di pagare una connessione non hanno nemmeno i 25 dollari del costo del libro da investire in beni voluttuari… Quarto punto: visto che la Rowling e la Warner sono stati quiescenti fino alla notizia della pubblicazione cartacea (anzi, la Rowling premiò e lodò addirittura Lexicon sul suo vecchio sito), non avrebbero potuto trovare un’altra soluzione rispetto a quella del tribunale? La Warner ha insistito a dire che per due mesi si era tentato di risolvere la cosa amichevolmente, chiedendo un controllo preventivo dell’opera (che comunque, dati i presupposti, sarebbe stata inevitabilmente rigettata).
Ma come mai nessuno ha pensato alla soluzione più ovvia, cioè quella di una collaborazione? La Rowling, infatti, ben difficilmente avrà mai il tempo, da sola, di riorganizzare il proprio lavoro in un’opera sistematica come Lexicon (al quale sono serviti sei anni e l’impiego di più persone); per contro lei — e lei sola — può dare valore aggiunto e inestimabile all’opera implementando le voci già esistenti e arricchendola di nuove.
Pertanto, si sarebbe potuto riconoscere ai coautori una percentuale sulle vendite (che a quel punto, con la benedizione della scrittrice, sarebbero state considerevoli) e il resto — detratti i costi vivi — avrebbe potuto andare subito in beneficenza.
Et voilà, tutti felici e contenti, per non parlare dei fan che avrebbero avuto capra e cavoli in un unico volume e più presto di quanto si potrebbe ipotizzare se invece la Rowling dovesse mai mettere mano a un’enciclopedia in solitudine.
In realtà si è scoperto, durante il processo, che Vander Ark aveva effettivamente fatto una proposta del genere, ma che la scrittrice l'aveva rifiutata.
Si è anche scoperto che sia la casa editrice americana di Harry Potter che quella britannica avevano indicizzato, negli ultimi anni, il materiale contenuto nei romanzi e che dunque la Rowling potrebbe partire da queste catalogazioni in qualsiasi momento volesse.
Ma anche in questo modo, un aiuto metodologico le sarebbe comunque prezioso, e ancor di più da parte di un fan 'ossessivo' (secondo la sua accezione di attenzione ai dettagli) e, per giunta, bibliotecario di mestiere.
Portando la causa in tribunale invece, la Rowling — a prescindere dalla stretta legittimità delle sue pretese, che nessuno discute — ha registrato un clamoroso autogol perché ha dato l’impressione di rivoltarsi contro uno dei cardini del fandom solo perché, con l’operazione cartacea, questi avrebbe guadagnato un po’ di più di ciò che ha guadagnato finora dal sito.
Ancora maggiore appare l’aggravante che la scrittrice abbia voluto dare risalto mediatico alla faccenda, stigmatizzando pubblicamente un sito da lei elogiato fino al giorno prima.
Non a caso la maggioranza della stampa britannica, in questo frangente, le ha dato addosso pesantemente e non sono mancate nemmeno critiche da parte di suo colleghi, come vedremo nel paragrafo 4 di questo documento.

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2.L'epilogo link



Alla fine, il giudice Patterson, lunedì 8 settembre 2008 depositò la sospiratissima sentenza, con cui venne concesso a Rowling-Warner di inibire permanentemente la pubblicazione del Lexicon, stabilendo un importante precedente nella giurisprudenza del Secondo Circuito.
Contrariamente a quanto ipotizzato da molti blog di avvocati americani esperti in diritto d’autore, il giudice si è mosso massicciamente nel solco della tradizione di vecchi precedenti, ritenuti da molti ormai obsoleti e quindi da superare.
Tuttavia il giudice non si è limitato a ‘rigurgitarli’ ma ha cercato di renderli più attuali attraverso un grado di rielaborazione, benché non considerevole, comunque apprezzabile.

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3.La sentenza link



Vediamo allora, in una rapida carrellata, i punti salienti delle quasi 70 pagine redatte dal giudice.
Il succo del pronunciamento contro Lexicon è che quest'ultimo, nel testo sottoposto a esame, costituisce una violazione del diritto d’autore in quanto il suo autore ha atto ricorso troppo pesantemente alla citazione e/o alla mera parafrasi del contenuto dei romanzi di Harry Potter e soprattutto dei due libretti sugli Animali Fantastici e il Quidditch, i quali sono già di per sé in forma alfabetico-enciclopedica e quindi difficilmente riproducibili in maniera ‘creativa’.
Tuttavia il giudice ha riconosciuto al libro di Vander Ark un, seppur blando, connotato trasformativo e non meramente derivativo come invece sostenuto dai legali RowlingWarner.
La distinzione è importante perché, mentre nel primo caso i diritti di porre in essere un’opera incentrata su un’altra spettano esclusivamente all’autore (o a coloro cui abbia legittimamente ceduto i diritti, si pensi a un musical tratto dal libro, o a una traduzione e a una serie televisiva), nel secondo chiunque può porla in essere (si pensi agli studi e ai commentari critici che accompagnano ogni libro famoso).
A patto che, ovviamente, non si prelevi a mani basse dall’opera primaria, come è avvenuto appunto per Lexicon.
La legge definisce infatti lavoro derivativo quello che rimaneggia, trasforma o adatta il contenuto di un’opera in un’altra modalità espressiva, mentre la giurisprudenza chiarisce che un lavoro non è derivativo per il semplice fatto che si basa su un’opera preesistente.
Ogni volta che un lavoro fondato su uno precedente offre nuove informazioni, visioni o interpretazioni, ogni volta che impiega la citazione dell’opera primaria — rispettandone ovviamente i parametri di quantità e qualità — in una maniera differente o con un intento differente, tale lavoro acquisisce infatti un connotato trasformativo, in quanto arricchisce il sapere della società e pertanto diventa a sua volta meritevole di protezione.
Il connotato lievemente trasformativo di Lexicon è dato allora dal fatto che il suo format non sarebbe — come reclamato dalla Rowling e dalla Warner e come in effetti appare a prima vista — un mero rigurgito del contenuto dei romanzi, riarrangiato in forma alfabetica, bensì una guida orientativa per il lettore e lo studioso.
Pertanto, per il giudice, il lavoro di estrapolazione, catalogazione e disposizione delle oltre 2400 voci, oltre all’indicazione dei capitoli dove si trovano le informazioni, sono sufficienti a farne uno strumento di ausilio e non di mera copia dei romanzi.
Ciò nonostante il fatto che le parti commentate e analizzate che regalerebbero al libro un’autentica, profonda dimensione esegetica, siano molto poche.
Se letta in prospettiva, questa parte della sentenza avrebbe permesso traquillamente, in teoria, la pubblicazione di un altro tipo di Lexicon, qualora il suo autore fosse riuscito, da un lato, a rimodularlo in modo da bilanciare le parti mutuate dai romanzi (anzitutto riducendole considerevolmente) e, dall’altro, ad arricchirlo di spunti esegetici originali.
Un procedimento indubbiamente lungo, della cui vastità Vander Ark si è reso senz’altro conto, avendo escluso espressamente, di fronte alla stampa, la volontà di mettervi mano.
La sentenza ha sottolineato inoltre come non sia ammissibile quanto asserito dalla parte attrice, secondo cui la pubblicazione di Lexicon danneggerebbe un’enciclopedia della Rowling, privandola del vantaggio di essere la prima.
Qui il giudice si è basato sulla considerazione secondo cui l'intenzione di un autore come la Rowling di produrre da sé o dare in licenza i diritti per la produzione di un'opera secondaria (ossia basata su un'opera precedente come i romanzi di Harry Potter) ma non derivativa, non tramuta tutte le altre opere trasformative, ancorché non direttamente da lei autorizzate, in opere derivative.
Perciò qualsiasi opera trasformativa ha il diritto di competizione sul mercato.
Ma, in relazione a questo problema, ragionamenti ben più pratici vengono subito in mente a qualsiasi fan potteriano: anzitutto il fatto che, in realtà, Lexicon non è, come già osservato, la prima enciclopedia potteriana in commercio (a conferma, basta fare un rapido giro su Amazon o IBS); secondariamente il fatto che, in considerazione del materiale unico e originale che la Rowling potrebbe aggiungere alla voci già creabili con quanto ricavabile dai romanzi, ogni competitore verrebbe in ogni caso spazzato via non solo dalla faccia del pianeta, ma dall’intera galassia.
Né il giudice ha accolto la tesi, propugnata dalla parte attrice, secondo cui la lettura del Lexicon scoraggerebbe i ragazzi dalla lettura dei romanzi, causando un danno nelle vendite degli stessi.
In effetti, una tale affermazione è assolutamente risibile anche solo ricorrendo alla semplice logica.
Il giudice Patterson ha accolto invece, giustamente, la tesi secondo cui la pubblicazione di Lexicon, in quella veste, avrebbe danneggiato la pubblicazione di opere derivative quali canzoni e poesie tratte dalla saga, in quanto esse venivano riprese in toto nella guida di Vander Ark.
Considerando il fatto che, nonostante le voci e le richieste, di cui una proveniente addirittura da Michael Jackson, le potenzialità musico-teatrali di Harry Potter non sono (ancora) state sfruttate di legittimi aventi diritto, il pronunciamento risulta assai lungimirante e sensato.
A maggior ragione considerando che il parco tematico di Orlando, The Wizarding World of Harry Potter, e prossimamente il suo analogo giapponese la cui apertura è prevista per il 2014, potrebbero avere grande bisogno di spettacoli di questo tipo.
Di nuovo, a voler essere pignoli, possiamo notare un punto discutibile nelle motivazioni della sentenza, laddove questa si è addentrata nella verifica dell’esistenza del cosiddetto ‘irreparabile danno’ che Lexicon avrebbe arrecato alla vendita dei libricini del Quidditch e degli Animali Fantastici che, come abbiamo visto, erano stati incorporati massicciamente nel suo tessuto: il giudice, che prima di essere investito della causa era del tutto ignaro del mondo creato da J. K. Rowling, non era evidentemente a conoscenza del fatto che i volumetti, usciti in tirature limitate, all'epoca della sentenza erano ormai quasi introvabili (e non erano previste - o ancora prevedibili - le ristampe che poi sono state invece pubblicate) e dunque il danno alle vendite e all’ente di beneficenza destinatario dei proventi sarebbe stato ben più limitato di quel che appariva in realtà.
Naturalmente ciò rilevava unicamente sotto il profilo del potenziale danno, fermo restando il fatto che inglobare i due libretti quasi interamente nel Lexicon costituisce senz’altro una palese violazione del diritto d’autore.
Altresì discutibile, in quanto una visione meramente soggettiva viene elevata a rango di fatto concreto e obiettivo, il punto in cui il giudice ha riconosciuto alla Rowling che la pubblicazione di Lexicon avrebbe distrutto la sua volontà o il suo coraggio di pubblicare la propria enciclopedia, privando così gli istituti di beneficenza di incassi e il pubblico di una nuova opera.
Un altro fattore lamentato dalla parte attrice, ma non riconosciuto dal giudice, è stato poi la malafede.
La sentenza ha rilevato che i ritardi della RDR Books nel rispondere alle richieste della controparte da un lato e la solerzia nel prodigarsi nella pubblciità dell'imminente libro dall'altro, non sono state necessariamente indicative di malafede in quanto, ritenendo Lexicon una pubblicazione legittima, la casa editrice era pienamente legittimata a porre in essere quella attività di marketing, anche all’estero, prima che i concorrenti facessero altrettanto.

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4.L'impatto link



Al di là delle mere questioni legali, il bilancio di tutta la vicenda è veramente desolante.
Nessuna della parti in conflitto ci ha guadagnato alcunché, né in termini di immagine, né in termini monetari (giacché i quasi 7000 dollari liquidati dal giudice sono bruscolini per le tasche dei vincitori).
Al contrario! Osserviamo da vicino ogni personaggio:

La Warner Bros



La casa cinematografica ha consolidato la sua già tristemente famosa nomea di promotrice di cause a tappeto, non importa quanto fondate (si veda solo l’ultima in ordine di tempo sul film indiano Hari Puttar), a discapito di quella che dovrebbe essere la sua funzione precipua, ossia la vigilanza sulla qualità delle pellicole potteriane, che man mano è precipitata a rotta di collo.
E il trionfalismo dei suoi portavoce non ha fatto che aumentare questa già solidissima impressione:
« "Siamo ovviamente compiaciuti della decisione odierna da parte del giudice Patterson, che ha supportato al nostra posizione secondo cui il libro Lexicon viola i diritti della signora Rowling.
Come società di contenuti, è imperativo per noi lavorare vigorosamente su tutti i fronti per proteggere i diritti della proprietà intellettuale di coloro che creano le storie e i personaggi, le parole, le immagini e le musiche che intrattengono il pubblico di tutto il mondo" »


J. K. Rowling



La scrittrice ha fatto la figura della ‘strega cattiva’ che perseguita il suo fan numero uno, nonostante le sue contrite dichiarazioni come quella diramata attraverso il comunicato stampa all’indomani della vittoria processuale:
« "Non ho tratto alcun piacere a intraprendere un’azione legale e sono deliziata dal fatto che questo problema sia stato risolto favorevolmente. Sono andata in tribunale per sostenere i diritti degli autori di proteggere il loro lavoro originale. Il tribunale ha sostenuto questo diritto. Il libro proposto prendeva un’enorme quantità del mio lavoro e non vi aggiungeva di suo praticamente alcun commento originale di suo.
Ora il tribunale ha ordinato che non deve essere pubblicato. Molti libri che offrono visioni originali del mondo di Harry Potter sono stati pubblicati. Solamente, il Lexicon non è uno di questi libri”. »


Come già abbiamo sottolineato, al di là dei suoi sacrosanti diritti, del contenuto della legge e della sua applicazione, ciò che lascia basiti è il suo atteggiamento contraddittorio e — diciamolo — anche un po’ opportunista, nei confronti della doppia natura di Lexicon.
Se infatti violazione di copyright c’era stata, questo valeva sia per un Lexicon di carta che di byte, sia per un Lexicon a scopo di lucro che per un Lexicon gratuito, e non si possono adottare due pesi e due misure di valutazione.
Non si può insignire il sito di un premio, tessendone le lodi, ammettendone il suo uso sia nella stesura dei libri che nella realizzazione dei film (espressa dichiarazione del produttore David Heyman, benché riportata di seconda mano, ma comunque non smentita dall’interessato), e poi stigmatizzarlo e bollarlo come opera di pessima qualità nella sua versione cartacea.

La stampa anglofona



Per quanto riguarda la stampa, come già anticipato moltissime testate hanno optato per stigmatizzare la scrittrice, accusandola — lei bookstar miliardaria — di voler fare la voce grossa, in nome dell'avidità, con un povero bibliotecario disoccupato e devoto fan.
Una ripercussione in termini di pubblicità negativa che era del resto facilmente prevedibile e che la Rowling avrebbe dovuto mettere in conto.
Vediamo in dettaglio qualche estratto, che permette di avere un'idea dei vari registri adottati, dal velatamente ironico di certe allusioni all'apertamente polemico di autentici attacchi frontali:

- CNN (www.cnn.com/2008/CRIME/04/22/sunny.potter)
« "Persino la Rowling ha ammesso di essere una fan del sito (di Lexicon).
(...) Sfortunatamente, non è più una così grande fan dello stesso.
Non da quando Vander Ark ha deciso di trasformare il sito in un libro". »


- The Independent (www.independent.ie/entertainment/books/jk-rowling-and-the-trouble-with-harry-1355187.html)
« "C'è qualcun altro che pensa che J. K. Rowling stia diventando un po' isterica a proposito della causa legale in cui sta citando un fan - leggermente ossessionato, va detto — per aver prodotto un libro che spiega tutto l'oscuro linguaggio di Harry Potter? (..).
Che differenza fa oggigiorno se uno accede a un libro on line o su carta?(...).
(La Rowling) ha dato il via libera a tutte le tazze, le cartelle, le bacchette e i costumi che hanno fatto una fortuna per le società di marketing.
E quest'anno si inizia a costruire un parco a tema a Orlando, in Florida.
Con la sua benedizione". »


- The Guardian (www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/apr/19/harrypotter.harrypotter)
« "Dove diavolo sta la differenza fra della roba che sta su Internet o che è disponibile da comprare sotto forma di libro? L'autrice può asserire che, nell'ultimo caso, il denaro va in tasca a qualcun altro che non è lei, ma il sito (di Lexicon) ha avuto a lungo inserzionisti, quindi questo sembra legalmente irrilevante.
L'editore di Vander Ark voleva pubblicare una tiratura di 10.000 copie; se la Rowling dovesse pubblicare un'enciclopedia, si stima che la prima tiratura sarebbe di tre milioni di copie". »


- The Telegraph (www.telegraph.co.uk/opinion/main.jhtml?xml=/opinion/2008/04/19/do1903.xml)
« "Ho comprensione verso i sentimenti feriti della Rowling — in particolare perché ha annunciato di voler produrre una sua enciclopedia e posso capire che la Warner Brothers sia ansiosa di tracciare una linea di demarcazione legale di qualche tipo.
Ma questo (caso) ne farebbe tracciare una del tipo sbagliato.
Dovrebbe restare chiaramente legittimo che la gente pubblichi e tragga profitto da lavori accademici su qualuqnue scrittore all'interno o all'esterno (dei confini del) del diritto d'autore.
La stessa Rowling, in passato, ha mostrato grande buon senso e generosità con i suoi diritti d'autore.
Per esempio, dà la sua benedizione a un vasto numero di fan che scrivono on line le loro Potter-storie per divertimento e ha permesso che parecchie parodie a scopo di lucro passassero scevre da minacce.
(ll giornalista del Telegraph ignora evidentemente che le parodie, a differenza delle fan fiction, non violano il diritto d'autore— NdR).
Questo mi sembra un esempio in cui il signor Vander Ark è deciso a non tirarsi indietro per fare un favore alla donna il cui lavoro egli professa di ammirare e lei farebbe meglio a stringere i denti e a sopportarlo.
"Siamo o no i padroni del nostro lavoro?" — chiede lei.
Una volta che il lavoro ha viaggiato per il mondo, mi dispiace, la vera risposta è: non interamente". »


Ciò che però appare strano è che invece la Warner Bros, che era parte in causa esattamente come la Rowling ed è sospettata anzi di essere la più forte promotrice del contenzioso, viene tirata in ballo raramente, denotando da parte dei giornalisti un modo preconcetto di fare informazione.
Eppure la Warner ha dalla sua, sotto questo profilo, un gran brutto precedente potteriano, visto che in passato mobilitò i propri legali affinché inviassero lettere ad alcuni bambinetti 'macchiatisi' del reato di aver registrato, per i propri siti dedicati alla saga, un dominio Internet contenente il pluriprotetto nome del maghetto.
Una delle poche voci che si è levata contro la politica da schiacciasassi del colosso cinematografico è stata, di nuovo, quella del Guardian, che ga scritto con caustico sarcasmo:

« "Naturalmente, non sarebbe la prima volta che la Warner Bros viene coinvolta in un caso di diritto d'autore grettamente protezionista.
Ricordiamoci quella geniale lettera che Groucho Marx vergò all'indirizzo dei produttori di Casablanca dopo aver ricevuto un "minaccioso documento legale" che diffidava i fratelli Marx dal chiamare il loro film A Night in Casablanca: "Non avevo idea che la città di Casablanca appartenesse esclusivamente alla Warner Brothers" obiettò impassibile.
"Sono sicuro che il cinefilo medio col tempo sarà in grado di distinguere fra Ingrid Bergman e Harpo...
Che cosa mi dite invece della Warner Brothers? Possedete anche quello? Probabilmente avete il diritto di usare il nome Warner, ma che mi dite del nome Brothers? Professionalmente, noi eravamo fratelli da molto prima di voi..." »


I colleghi scrittori



Critici verso l'azione contro Lexicon anche molti dei colleghi scrittori che la Rowling si picca di aver indirettamente difeso.
Gente come Orson Scott Card e persino il Potter-ammiratore Neil Gaiman hanno espresso — ciascuno con toni differenti — perplessità, imbarazzo o persino aperta condanna (benché vada specificato che sul caso Stouffer citato da Card, questi è male informato, visto che nel corso del processo è emerso chiaramente che la Stouffer ha fabbricato le prove per sostanziare la propria domanda).
Altri autori, come Philip Pullman e Stephen King, pur senza prendere posizione diretta, hanno dimostrato un atteggiamento all’opposto, convivendo tranquillamente con libri simili a Lexicon dedicati alle loro opere

I legali di Vander Ark



Alla scrittrice contrita ha fatto da contraltare il commento spiritoso di uno dei legali di RDR Books, Anthony Falzone, che nel suo sito ha analizzato brevemente il pronunciamento in un intervento intitolato Avada Kedavra – L'Harry Potter Lexicon scompare7 .
In chiusura di articolo egli ha osservato infatti, a futuro monito:
« "Ricordate che l’avada kedavra — la maledizione che uccide — non è sempre fatale. Un mago gli è sopravvissuto. Tre volte.
Ed è stato colui che ha lanciato l’incantesimo (e non verrà nominato qui) che in definitiva ne ha sofferto.
Forse, un giorno, il Lexicon sarà conosciuto come il Libro Sopravvissuto". »


Non è difficile leggervi una nemmeno troppo velata tentazione di ricorrere in appello (poi scongiurata grazie all'accordo per cui il volume ha potuto essere pubblicato previ tagli e revisioni da parte del team legale rowlinghiano), che è parsa riecheggiare anche nella dichiarazione del titolare della RDR books, Roger Rapoport, uscito dalla vicenda con la non invidiabile immagine dell’editore senza scrupoli che ha cercato di fare il colpo della sua vita:
« "Siamo incoraggiati dal fatto che il tribunale abbia riconosciuto che, come principio generale, gli autori non hanno il diritto di fermare la pubblicazione delle guide di riferimento e dei libri-corollario a opere letterarie.
Per quanto riguarda Lexicon siamo ovviamente delusi del risultato e la RDR sta considerando tutte le sue opzioni, incluso un appello". »


Steve Vander Ark


Ultimo attore di questa triste storia è Steve Vander Ark, l’autore che si è visto costretto a cedere l’aura da guru potteriano e star dei vari simposi dedicati al maghetto in cambio di un ignominioso cappello da ‘traditore del fandom’.
Non solo: è rimasta aperta la questione sulla contribuzione apportata al Lexicon on line da parte del suo team di volontari, che era rimasto escluso sia dai credits che dalle royalty, e questo è un altro danno all’immagine di cui questo ex bibliotecario di mezz’età godeva nel fandom sino all’anno precedente alla causa.
Ma non tutto è andato perduto.
Il buon Steve si è consolato con la stesura di una guida ai luoghi di Harry Potter, libro-corollario questa volta perfettamente a prova di citazioni legali ma, in un eccesso di scrupolo causato evidentemente dalla 'scottatura Lexicon', previamente sottoposto comunque al 'royal assent' dei legali della Rowling, anche se non si trattava di atto dovuto.
Quanto al commento seguito alla sconfitta, queste sono le sue parole rilasciate alla stampa:

« "Sono sempre stato un fan di Harry Potter e della Rowling e la mia speranza è sempre stata quella di trovare una via amichevole per sistemare le cose.
Sono deluso, ma è andata così e non serbo alcun rancore.
È stata una questione di legge su una divergenza di opinioni e in un certo senso sono felice che sia finalmente terminata". »


In definitiva, tutti a mani vuote dunque, con una singola eccezione: gli unici che hanno potuto permettersi di brindare a questo "pasticciaccio brutto", pasteggiando magari con costoso Dom Perignon del ’66, sono stati unicamente i legali dei vincitori (quelli dei perdenti hanno sostenuto i clienti gratuitamente e quindi non hanno incassato la grassa parcella che hanno visto invece i colleghi di controparte).
Legali - lo ricordo - già appartenenti a uno dei più ricchi e famosi studi di New York.
Da lunedì 8 settembre 2008 ancora un po’ più ricco e famoso.

Avv. Marina Lenti

Potete trovare l'articolo originale qui








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(EID 46 - REV 1 By Stefano_Draems)
October 3, 2016

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