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Harry Potter e La Pietra Filosofale (2184 citazioni)
   1) Il bambino sopravvissuto (90 citazioni)
   2) Vetri che scompaiono (80 citazioni)
   3) Lettere da nessuno (90 citazioni)
   4) Il custode delle chiavi (91 citazioni)
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   15) La Foresta proibita (169 citazioni)
   16) La botola (217 citazioni)
   17) L'uomo dai due volti (228 citazioni)
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Il bambino sopravvissuto


    Mr e Mrs Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano.
   Mr Dursley era direttore di una ditta di nome Grunnings, che fabbricava trapani. Era un uomo corpulento, nerboruto, quasi senza collo e con un grosso paio di baffi. Mrs Dursley era magra, bionda e con un collo quasi due volte più lungo del normale, il che le tornava assai utile, dato che passava gran parte del tempo ad allungarlo oltre la siepe del giardino per spiare i vicini. I Dursley avevano un figlioletto di nome Dudley e secondo loro non esisteva al mondo un bambino più bello.
   Possedevano tutto quel che si poteva desiderare, ma avevano anche un segreto, e il loro più grande timore era che qualcuno potesse scoprirlo. Non credevano che avrebbero potuto sopportare che qualcuno venisse a sapere dei Potter. Mrs Potter era la sorella di Mrs Dursley, ma non si vedevano da anni. Anzi, Mrs Dursley faceva addirittura finta di non avere sorelle, perché Mrs Potter e quel buono a nulla del marito non avrebbero potuto essere più diversi da loro di così. I Dursley rabbrividivano al solo pensiero di quel che avrebbero detto i vicini se i Potter si fossero fatti vedere nei paraggi. Sapevano che i Potter avevano anche loro un figlio piccolo, ma non lo avevano mai visto. E il ragazzino era un'altra buona ragione per tenere i Potter a distanza: non volevano che Dudley frequentasse un bambino di quel genere.
   Quando i coniugi Dursley si svegliarono, la mattina di quel martedì grigio e coperto in cui inizia la nostra storia, nel cielo nuvoloso nulla faceva presagire le cose strane e misteriose che di lì a poco sarebbero accadute in tutto il paese. Mr Dursley scelse canticchiando la cravatta da giorno più anonima del suo guardaroba, e Mrs Dursley continuò a chiacchierare ininterrottamente mentre con grande sforzo costringeva sul seggiolone Dudley che urlava a squarciagola.
   Nessuno notò il grosso gufo bruno che passò con un frullo d'ali davanti alla finestra.
   Alle otto e mezzo, Mr Dursley prese la sua valigetta ventiquattr'ore, sfiorò con le labbra la guancia della moglie, e tentò di dare un bacio a Dudley, ma lo mancò perché, in quel momento, in preda a un furioso capriccio, il pupo stava scagliando i suoi fiocchi d'avena contro il muro. ‘Piccolo monello!’ commentò ridendo Mr Dursley mentre usciva di casa. Salì in macchina e percorse a marcia indietro il vialetto del numero 4.
   Fu all'angolo della strada che notò le prime avvisaglie di qualcosa di strano: un gatto che leggeva una mappa. Per un attimo, Mr Dursley non si rese conto di quel che aveva visto; poi girò di scatto la testa e guardò di nuovo. C'era un gatto soriano ritto sulle zampe posteriori, all'angolo di Privet Drive, ma di mappe neanche l'ombra. Ma che diavolo aveva per la testa? La luce doveva avergli giocato qualche brutto tiro. Si stropicciò gli occhi e fissò il gatto, che gli ricambiò l'occhiata. Mentre l'auto girava l'angolo e percorreva un tratto di strada, Mr Dursley tenne d'occhio il gatto nello specchietto retrovisore. In quel momento il felino stava leggendo il cartello stradale che indicava Privet Drive. No, lo stava guardando; i gatti non sanno leggere le mappe e neanche i cartelli stradali. Mr Dursley si riscosse da quei pensieri e allontanò il gatto dalla mente. Mentre si dirigeva in città, non pensò ad altro che al grosso ordine di trapani che sperava di ricevere quel giorno.
   Ma una volta giunto ai sobborghi della città, avvenne qualcos'altro che gli fece uscire di mente i trapani. Fermo nel solito ingorgo del mattino, non poté fare a meno di notare che in giro c'erano un sacco di persone vestite in modo strano. Gente con indosso dei mantelli. Mr Dursley non sopportava le persone che si vestivano in modo stravagante: bisognava vedere come si conciavano certi giovani! Immaginò che si trattasse di qualche stupidissima nuova moda. Mentre tamburellava con le dita sul volante, lo sguardo gli cadde su un capannello di quegli strampalati, vicinissimo a lui. Si stavano bisbigliando qualcosa tutti eccitati. Mr Dursley sentì montargli la rabbia nel constatare che ce n'erano un paio tutt'altro che giovani. Ma che roba! Quello lì doveva essere più anziano di lui, e portava un mantello verde smeraldo! Che faccia tosta! Poi però gli venne in mente che potesse trattarsi di qualche sciocca trovata. Ma certo! Era gente che faceva una colletta per qualche motivo. Sì, doveva essere proprio così. In quella, il traffico riprese a scorrere e alcuni minuti più tardi Mr Dursley giunse al parcheggio della Grunnings con la mente di nuovo tutta presa dai trapani.
   Nel suo ufficio, al nono piano, Mr Dursley sedeva sempre con la schiena rivolta alla finestra. Se così non fosse stato quella mattina avrebbe avuto ancor più difficoltà a concentrarsi sui suoi trapani. Lui non vide i gufi volare a sciami in pieno giorno, ma la gente per strada sì. E li additavano, guardandoli a bocca aperta, passare a tutta velocità, uno dopo l'altro sopra le loro teste. La maggior parte di quella gente non aveva mai visto un gufo neanche di notte. Ciononostante, Mr Dursley ebbe il privilegio di una mattinata perfettamente normale, del tutto immune dai gufi. Uscì dai gangheri con cinque persone diverse. Fece molte telefonate importanti e qualche altro urlaccio. Fino all'ora di pranzo, il suo umore si mantenne ottimo. A quel punto decise che, per sgranchirsi le gambe, avrebbe attraversato la strada per andarsi a comperare una ciambella dal fornaio di fronte.
   Aveva completamente dimenticato la gente con il mantello fino a che non ne superò un gruppetto proprio accanto al fornaio. Mentre passava, scoccò loro un'occhiata furente. Non sapeva perché, ma avvertì un certo disagio. Anche questi bisbigliavano tutti eccitati, ma di bossoli per la colletta nemmeno l'ombra. Fu passandogli accanto di ritorno dal fornaio, con in mano l'involto di un'enorme ciambella, che colse qualcosa di quello che stavano dicendo.
   ‘I Potter, proprio così, è quel che ho sentito...’
‘... già, il figlio, Harry...’
Mr Dursley si fermò di colpo. Fu invaso dalla paura. Si voltò a guardare il capannello di maldicenti come se volesse dire loro qualcosa, ma poi ci ripensò.
   Attraversò la strada a precipizio e raggiunse in tutta fretta il suo ufficio; intimò alla segretaria di non disturbarlo per nessuna ragione, afferrò il telefono, e aveva quasi finito di fare il numero di casa quando cambiò idea. Mise giù il ricevitore, si lisciò i baffi, pensando... no, era stato uno stupido. Potter non era poi un nome così insolito. Era certo che esistessero miriadi di persone chiamate Potter che avevano un figlio di nome Harry. E poi, ora che ci pensava, non era neanche tanto sicuro che suo nipote si chiamasse proprio Harry. Del resto, non lo aveva neanche mai visto. Avrebbe potuto chiamarsi Harvey. O Harold. Non c'era ragione di impensierire Mrs Dursley; se la prendeva tanto ogni volta che le si parlava della sorella! E non poteva darle torto: se l'avesse avuta lui, una sorella così... E tuttavia, quella gente avvolta nei mantelli...
   Quel pomeriggio trovò molto più difficile concentrarsi sui suoi trapani, e quando lasciò l'ufficio alle cinque in punto era ancora talmente assorto che, appena varcata la soglia, andò a sbattere dritto dritto contro una persona.
   ‘Scusi’ bofonchiò, mentre il poveretto - un uomo anziano e mingherlino - inciampava e per poco non finiva lungo disteso. Ci volle qualche secondo perché Mr Dursley si rendesse conto che l'uomo indossava un mantello viola. L'ometto però non aveva affatto l'aria di essersela avuta a male per essere stato quasi scaraventato a terra. Al contrario, il volto gli si illuminò di un largo sorriso e con una vocina stridula che destò l'attenzione dei passanti disse: ‘Non si scusi, mio caro signore, perché oggi non c'è niente che possa turbarmi! Si rallegri, perché Lei-Sa-Chi finalmente se n'è andato! Anche i Babbani come lei dovrebbero festeggiare questo felice, felicissimo giorno!’
A quel punto, il vecchietto abbracciò Mr Dursley cingendolo alla vita e poi si allontanò.
    Mr Dursley rimase lì impalato. Era stato abbracciato da un perfetto sconosciuto. Gli tornò anche in mente che quel tale lo aveva chiamato ‘Babbano’, qualsiasi cosa volesse dire. Era esterrefatto. Si affrettò a raggiungere la macchina e partì alla volta di casa, sperando di aver lavorato di fantasia, cosa che non aveva mai sperato prima perché non approvava le fantasie.
   Non appena ebbe imboccato il vialetto del numero 4 di Privet Drive, la prima cosa che scorse - e che certo non contribuì a migliorare il suo umore - fu il gatto soriano che aveva visto la mattina. Seduto sul muro di cinta del giardino. Era assolutamente certo che fosse quello della mattina: aveva gli stessi segni intorno agli occhi.
   ‘Sciò!’ gli gridò Mr Dursley.
   Il gatto non si mosse. Si limitò a fissarlo con sguardo severo. Mr Dursley si chiese se normalmente i gatti si comportavano così. Cercando di riprendersi, entrò in casa. Era ancora deciso a non dire niente alla moglie.
   Mrs Dursley aveva avuto una buona giornata, in tutto e per tutto normale. A cena, gli raccontò per filo e per segno i guai che la signora Della-Porta-Accanto aveva con la figlia, e poi che Dudley aveva imparato una nuova frase: ‘Neanche per sogno!’ Mr Dursley cercò di comportarsi normalmente. Una volta messo a letto Dudley, se ne andò nel soggiorno appena in tempo per sentire l'ultimo telegiornale:
   ‘E infine, da tutte le postazioni gli avvistatori di uccelli riferiscono che oggi, sull'intero territorio nazionale, i gufi hanno manifestato un comportamento molto insolito. Sebbene normalmente escano di notte a caccia di prede e ben di rado vengano avvistati di giorno, fin dall'alba sono stati segnalati centinaia di gufi che volavano in tutte le direzioni. Gli esperti non sanno spiegare perché, tutt'a un tratto, i gufi abbiano modificato il loro ritmo sonno/veglia’. Lo speaker si lasciò andare a un sorrisetto. ‘Molto misterioso. E ora, la parola a Jim McGuffin per le previsioni del tempo. Si prevedono altri scrosci di gufi, stanotte, Jim?’
   ‘Francamente, Ted’ rispose il meteorologo, ‘su questo non so dirti niente, ma quest'oggi non sono stati soltanto i gufi a comportarsi in modo strano. Gli osservatori di località distanti fra loro come il Kent, lo Yorkshire e Dundee mi hanno telefonato per informarmi che, al posto della pioggia che avevo promesso ieri, hanno avuto un diluvio di stelle cadenti. Chissà? Forse si è festeggiata in anticipo la Notte dei Fuochi. Ma, gente, la Notte dei Fuochi è soltanto tra una settimana! Comunque, posso assicurare che stanotte pioverà’.
   Mr Dursley rimase seduto in poltrona, come paralizzato. Stelle cadenti in tutta la Gran Bretagna? Gufi che volano di giorno? Gente misteriosa che si aggira dappertutto avvolta in mantelli? E quelle voci, quei bisbigli sui Potter...
   Mrs Dursley entrò in soggiorno portando due tazze di tè. Non c'era niente da fare: doveva dirle qualcosa. Si schiarì nervosamente la voce. ‘Ehm, Petunia, mia cara... non è che per caso hai sentito tua sorella, ultimamente?’
   Come aveva previsto, Mrs Dursley assunse un'aria esterrefatta e adirata. In fin dei conti, erano abituati a far finta che non avesse una sorella.
‘No’ rispose seccamente. ‘Perché?’
   ‘Mah, non so... al telegiornale hanno detto cose strane’ bofonchiò Mr Dursley. ‘Gufi... stelle cadenti... e oggi, in città, un sacco di gente strampalata...’
‘E allora?’ sbottò Mrs Dursley.
‘Niente, pensavo soltanto... forse... qualcosa che avesse a che fare con... hai capito, no?... con lei e i suoi’.
   Mrs Dursley sorseggiò il tè a labbra strette. Mr Dursley si chiedeva intanto se avrebbe mai osato dirle di aver sentito pronunciare il nome ‘Potter’. Decise che non avrebbe osato. E invece, con il tono più naturale che gli riuscì di trovare, disse: ‘Il figlio... dovrebbe avere la stessa età di Dudley, non è vero?’
   ‘Suppongo di sì’ rispose Mrs Dursley, rigida come un manico di scopa. ‘E, com'è che si chiama? Howard, no?’
‘Harry! Che poi è davvero un nome volgare, se proprio lo vuoi sapere’.
   ‘Eh già’ disse Mr Dursley con il cuore che gli si faceva pesante come il piombo. ‘Sono proprio d'accordo’.
   Salirono in camera per andare a dormire senza più dire una parola sull'argomento. Mentre la moglie era in bagno, Mr Dursley si avvicinò guardingo alla finestra della camera da letto e sbirciò fuori, nel giardino. Il gatto era ancora lì. Stava scrutando Privet Drive, come se aspettasse qualcosa.
   La sua fantasia galoppava troppo? Tutto questo poteva avere qualcosa a che fare con i Potter? Se sì... cioè, se veniva fuori che loro erano parenti di una coppia di... be', non credeva proprio di poterlo sopportare.
   Si misero a letto. Lei si addormentò subito, ma lui rimase lì steso, con gli occhi sbarrati, a rigirarsi tutto quanto nella mente. L'ultimo, confortante pensiero che ebbe prima di addormentarsi fu che, se anche i Potter avevano veramente qualcosa a che vedere con quella faccenda, non era affatto detto che dovessero farsi vivi con lui e sua moglie. I Potter sapevano molto bene quel che lui e Petunia pensavano di loro e di quelli della loro risma... Non vedeva proprio come potessero venire coinvolti, di qualsiasi cosa si trattasse - e qui sbadigliò e si girò dall'altra parte - la cosa non poteva riguardarli...
Ma si sbagliava di grosso.
   Se Mr Dursley era scivolato in un sonno agitato, il gatto, seduto sul muretto di fuori, non dava alcun segno di aver sonno. Sedeva immobile come una statua, con gli occhi fissi e senza batter ciglio sull'angolo opposto di Privet Drive. E non ebbe il minimo soprassalto neanche quando, nella strada accanto, la portiera di una macchina sbatté forte, né quando due gufi gli sfrecciarono sopra la testa. Dovette farsi quasi mezzanotte prima che il gatto facesse il minimo movimento.
   Un uomo apparve all'angolo della strada che il gatto aveva tenuto d'occhio; ma apparve così all'improvviso e silenziosamente che si sarebbe detto fosse spuntato da sotto terra. La coda del gatto ebbe un guizzo e gli occhi divennero due fessure.
   In Privet Drive non s'era mai visto niente di simile. Era alto, magro e molto vecchio, a giudicare dall'argento dei capelli e della barba, talmente lunghi che li teneva infilati nella cintura. Indossava abiti lunghi, un mantello color porpora che strusciava per terra e stivali dai tacchi alti con le fibbie. Dietro gli occhiali a mezzaluna aveva due occhi di un azzurro chiaro, luminosi e scintillanti, e il naso era molto lungo e ricurvo, come se fosse stato rotto almeno due volte. L'uomo si chiamava Albus Silente.
   Albus Silente non sembrava rendersi conto di essere appena arrivato in una strada dove tutto, dal suo nome ai suoi stivali, risultava sgradito. Si dava un gran da fare a rovistare sotto il mantello, in cerca di qualcosa. Sembrò invece rendersi conto di essere osservato, perché all'improvviso guardò il gatto, che lo stava ancora fissando dall'estremità opposta della strada. Per qualche ignota ragione, la vista del gatto sembrò divertirlo. Ridacchiò tra sé borbottando: ‘Avrei dovuto immaginarlo’.
   Aveva trovato quel che stava cercando nella tasca interna del mantello. Sembrava un accendino d'argento. Lo aprì con uno scatto, lo tenne sollevato e lo accese. Il lampione più vicino si fulminò con un piccolo schiocco. L'uomo lo fece scattare di nuovo, e questa volta si fulminò il lampione appresso. Dodici volte fece scattare quel suo ‘Spegnino’, fino a che l'unica illuminazione rimasta in tutta la strada furono due capocchie di spillo in lontananza: gli occhi del gatto che lo fissavano. Se in quel momento qualcuno - perfino quell'occhio di lince di Mr Dursley - avesse guardato fuori della finestra, non sarebbe riuscito a vedere niente di quel che accadeva in strada. Silente si fece scivolare di nuovo nella tasca del mantello il suo ‘Spegnino’ e si incamminò verso il numero 4 di Privet Drive, dove si mise a sedere sul muretto, accanto al gatto. Non lo guardò, ma dopo un attimo gli rivolse la parola.
   ‘Che combinazione! Anche lei qui, professoressa Mcgranitt?’
   Si voltò verso il soriano con un sorriso, ma quello era scomparso. Al suo posto, davanti a lui c'era una donna dall'aspetto piuttosto severo, che portava un paio di occhiali squadrati della forma identica ai segni che il gatto aveva intorno agli occhi. Anche lei indossava un mantello, ma color smeraldo. I capelli neri erano raccolti in uno chignon. Aveva l'aria decisamente scombussolata.
   ‘Come faceva a sapere che ero io?’ chiese.
‘Ma, mia cara professoressa, non ho mai visto un gatto seduto in una posa così rigida’.
   ‘Anche lei sarebbe rigido se fosse rimasto seduto tutto il giorno su un muretto di mattoni’ rimbeccò la professoressa Mcgranitt.
‘Tutto il giorno? Quando invece avrebbe potuto festeggiare? Venendo qui mi sono imbattuto in una decina e più di feste e banchetti’.
   La professoressa Mcgranitt tirò su rabbiosamente col naso.
   ‘Eh già, sono proprio tutti lì che festeggiano’ disse con tono impaziente. ‘Ci si sarebbe potuti aspettare che fossero un po' più prudenti, macché... anche i Babbani hanno notato che sta succedendo qualcosa. Lo hanno detto ai loro telegiornali’. E così dicendo si voltò verso la finestra buia del soggiorno dei Dursley. ‘L'ho sentito personalmente. Stormi di gufi... stelle cadenti... Be', non sono mica del tutto stupidi. Prima o poi dovevano notare qualcosa. Stelle cadenti nel Kent... Ci scommetto che è stato Dedalus Lux. sempre stato un po' svitato’.
   ‘Non gli si può dar torto’ disse Silente con dolcezza. ‘Per undici anni abbiamo avuto ben poco da festeggiare’.
   ‘Lo so, lo so’ disse la professoressa Mcgranitt in tono irritato. ‘Ma non è una buona ragione per perdere la testa. Stanno commettendo una vera imprudenza, a girare per la strada in pieno giorno senza neanche vestirsi da Babbano, e scambiandosi indiscrezioni’.
   A quel punto, lanciò a Silente un'occhiata obliqua e penetrante, sperando che lui dicesse qualcosa; ma così non fu. Allora continuò: ‘Sarebbe un bel guaio se, proprio il giorno in cui sembra che Lei-Sa-Chi sia finalmente scomparso, i Babbani dovessero venire a sapere di noi. Ma siamo proprio sicuri che se n'è andato, Silente?’ ‘Sembra proprio di sì’ rispose questi. ‘Dobbiamo essere molto grati. Le andrebbe un ghiacciolo al limone?’
   ‘Un che?’
‘Un ghiacciolo al limone. un dolce che fanno i Babbani: io ne vado matto’.
   ‘No grazie’ rispose freddamente la professoressa Mcgranitt, come a voler dire che non era il momento dei ghiaccioli. ‘Come dicevo, anche se Lei-Sa-Chi se ne è andato veramente...’
   ‘Mia cara professoressa, una persona di buonsenso come lei potrebbe decidersi a chiamarlo anche per nome!! Tutte queste allusioni a "Lei-Sa-Chi" sono una vera stupidaggine... Sono undici anni che cerco di convincere la gente a chiamarlo col suo vero nome: Voldemort’. La professoressa Mcgranitt trasalì, ma Silente, che stava scartando un ghiacciolo al limone, sembrò non farvi caso. ‘Crea tanta di quella confusione continuare a dire "Lei-Sa-Chi". Non ho mai capito per quale ragione bisognasse avere tanta paura di pronunciare il nome di Voldemort’.
   ‘Io lo so bene’ disse la professoressa Mcgranitt, in tono a metà fra l'esasperato e l'ammirato. ‘Ma per lei è diverso. Lo sanno tutti che lei è il solo di cui Lei-Sa... oh, d'accordo: Voldemort... aveva paura’.
   ‘Lei mi lusinga’ disse Silente con calma. ‘Voldemort aveva poteri che io non avrò mai’.
‘Soltanto perché lei è troppo... troppo nobile per usarli’.
   ‘Meno male che è buio. Non arrossivo tanto da quella volta che Madama Chips mi disse quanto le piacevano i miei nuovi paraorecchi’.
La professoressa Mcgranitt scoccò a Silente un'occhiata penetrante, poi disse: ‘I gufi sono niente in confronto alle voci che sono state messe in giro. Sa che cosa dicono tutti? Sul perché è scomparso? Su quel che l'ha fermato una buona volta?’
   Sembrava che la professoressa Mcgranitt avesse toccato il punto che più le premeva di discutere, la vera ragione per cui era rimasta in attesa tutto il giorno su quel muretto freddo e duro, perché mai - né da gatto né da donna - aveva fissato Silente con uno sguardo così penetrante. Era chiaro che qualsiasi cosa ‘tutti’ mormorassero, lei non l'avrebbe creduto sin quando Silente non le avesse detto che era vero. Ma lui era occupato col suo ghiacciolo al limone, e non rispose.
   ‘Quel che vanno dicendo’ incalzò lei, ‘è che la notte scorsa Voldemort è spuntato fuori a Goldrick's Hollow. andato a trovare i Potter. Corre voce che Lily e James Potter siano... siano... insomma, siano morti’.
   Silente chinò la testa. La professoressa Mcgranitt ebbe un piccolo singhiozzo.
   ‘Lily e James... Non posso crederci... Non volevo crederci... Oh, Albus...’
   Silente allungò la mano e le batté un colpetto sulla spalla. ‘Lo so... lo so...’ disse gravemente.
   La Mcgranitt proseguì con voce tremante: ‘E non è tutto. Dicono che ha anche cercato di uccidere il figlio dei Potter, Harry. Ma che... non c'è riuscito. Quel piccino, non è riuscito a ucciderlo. Nessuno sa perché né come, ma dicono che quando Voldemort non ce l'ha fatta a uccidere Harry Potter, in qualche modo il suo potere è venuto meno... ed è per questo che se n'è andato’.
   Silente annuì malinconicamente.
   ‘è vero?’ balbettò la professoressa Mcgranitt. ‘Dopo tutto quel che ha fatto... dopo tutti quelli che ha ammazzato... non è riuscito a uccidere un bambino indifeso? strabiliante... di tutte le cose che avrebbero potuto fermarlo... Ma in nome del cielo, come ha fatto Harry a sopravvivere?’
   ‘Possiamo solo fare congetture’ disse Silente. ‘Forse non lo sapremo mai’.
   La professoressa McGranitt tirò fuori un fazzoletto di trina e si asciugò gli occhi dietro gli occhiali. Con un profondo sospiro, Silente estrasse dalla tasca un orologio d'oro e lo esaminò. Era un orologio molto strano. Aveva dodici lancette, ma al posto dei numeri c'erano alcuni piccoli pianeti che si muovevano lungo il bordo del quadrante. Evidentemente Silente lo sapeva leggere, perché lo ripose di nuovo nella tasca e disse: ‘Hagrid è in ritardo. A proposito, suppongo sia stato lui a dirle che sarei venuto qui’.
   ‘Sì’ rispose la McGranitt, ‘anche se non credo che lei mi dirà perché mai, di tanti posti, abbia scelto proprio questo’.
‘Sono venuto a portare Harry dai suoi zii. Sono gli unici parenti che gli rimangono’.
   ‘Non vorrà mica dire... Non saranno mica quei due che abitano lì!’ esclamò la Mcgranitt balzando in piedi e indicando il numero 4. ‘Silente... non è possibile! E' tutto il giorno che li osservo. Non avrebbe potuto trovare persone più diverse da noi. E poi quel ragazzino che hanno... l'ho visto prendere a calci sua madre per tutta la strada, urlando che voleva le caramelle! Harry Potter... venire ad abitare qui?’.
   ‘il posto migliore per lui’ disse Silente con fermezza. ‘La zia e lo zio potranno spiegargli tutto quando sarà più grande. Ho scritto loro una lettera’.
   ‘Una lettera?’ gli fece eco la Mcgranitt con un filo di voce, tornando a sedersi sul muretto. ‘Ma davvero, Silente, crede di poter spiegare tutto questo per lettera? Questa gente non capirà mai Harry Potter. Lui diventerà famoso... leggendario! Non mi stupirebbe se in futuro la giornata di oggi venisse designata come la festa di Harry Potter. Su di lui si scriveranno volumi, tutti i bambini del mondo conosceranno il suo nome!’
   ‘Proprio così’ disse Silente fissandola tutto serio da sopra gli occhiali a mezzaluna. ‘Ce ne sarebbe abbastanza per far girare la testa a qualsiasi ragazzo. Famoso prima ancora di parlare e di camminare! Famoso per qualcosa di cui non avrà conservato neanche il ricordo! Non riesce a capire quanto starà meglio, se crescerà lontano da tutto questo fino al giorno in cui sarà pronto per reggerlo?’
   La professoressa Mcgranitt aprì bocca per rispondere, poi cambiò idea, inghiottì e disse: ‘Sì... sì, lei ha ragione, naturalmente. Ma in che modo arriverà qui il ragazzo?’
   D'un tratto guardò il mantello di Silente come se pensasse che Harry potesse esservi nascosto sotto. ‘Lo porterà Hagrid’.
   ‘E a lei pare... saggio... affidare a Hagrid un compito tanto importante?’
   ‘Affiderei a Hagrid la mia stessa vita’ disse Silente.
   ‘Non dico che non abbia cuore’ dovette ammettere la Mcgranitt, ‘ma non verrà mica a dirmi che non è uno sventato. Tende a... Ma cosa è stato?’
   Il silenzio che li circondava era stato lacerato da un rombo cupo. Mentre Silente e la Mcgranitt percorrevano con lo sguardo la stradina per vedere se si avvicinassero dei fari, il rumore si fece sempre più forte, fino a diventare un boato. Entrambi levarono lo sguardo al cielo e dall'aria piovve una gigantesca motocicletta che atterrò sull'asfalto proprio davanti a loro.
   Pur colossale com'era, la moto sembrava niente a confronto con l'uomo che la inforcava. Era alto circa due volte un uomo normale e almeno cinque volte più grosso. Sembrava semplicemente troppo per essere vero, e aveva un aspetto terribilmente selvaggio: lunghe ciocche di ispidi capelli neri e una folta barba gli nascondevano gran parte del volto; ogni mano era grande come il coperchio di un bidone dei rifiuti e i piedi, che calzavano stivali di cuoio, sembravano due piccoli delfini. Tra le braccia immense e muscolose reggeva un involto di coperte.
   ‘Hagrid!’ esclamò Silente con tono di sollievo. ‘Finalmente! Ma dove hai preso quel veicolo?’
   ‘Un prestito, professor Silente’; e così dicendo, il gigante scese con circospezione dalla motocicletta. ‘Del giovane Sirius Black. Lui ce l'ho qui, signore’.
‘Ci sono stati problemi?’
   ‘No, signore; la casa era distrutta, diciamo, ma io sono riuscito a tirarlo fuori prima che il posto si riempisse di Babbani. Si è addormentato mentre volavamo su Bristol’.
   Silente e la Mcgranitt si chinarono sull'involto di coperte. Dentro, appena visibile, c'era un bambino profondamente addormentato. Sotto il ciuffo di capelli corvini che gli spuntava sulla fronte, scorsero un taglio dalla forma bizzarra, simile a una saetta.
‘E' qui che...’ chiese in un bisbiglio la professoressa Mcgranitt.
‘Sì’ rispose Silente. ‘Questa cicatrice se la terrà per sempre’.
   ‘E lei non può farci niente, Silente?’
‘Anche se potessi, non lo farei. Le cicatrici possono tornare utili. Anch'io ne ho una, sopra il ginocchio sinistro, che è una piantina perfetta della metropolitana di Londra. Bene... Dammelo qua, Hagrid; vediamo di concludere’.
   Silente prese Harry tra le braccia e si voltò verso la casa dei Dursley.
‘Posso... posso fargli un salutino, signore?’ chiese Hagrid.
   Chinò la grossa e ispida testa su Harry e gli dette un bacio rasposo per via di tutto quel pelo. Poi, d'un tratto, emise un ululato come di cane ferito.
   ‘Shhh!’ sibilò la Mcgranitt. ‘Sveglierai i Babbani!’
   ‘S-s-s-scusatemi...’ singhiozzò Hagrid tirando fuori un immenso fazzoletto tutto chiazzato e tuffandoci il viso dentro, ‘ma proprio n-n-non ce la faccio... Lily e James morti... e il povero piccolo Harry che se ne va a vivere con i Babbani...’.
   ‘Sì, certo, è molto triste, ma vedi di controllarti, Hagrid, o ci scopriranno’ sussurrò la Mcgranitt battendogli con cautela un colpetto sul braccio mentre Silente, scavalcando il basso muricciolo del giardino, si avviava verso la porta d'ingresso. Depose dolcemente Harry sul gradino, tirò fuori dal mantello una lettera, la ripose tra le coperte che avvolgevano Harry e tornò verso gli altri due. Per un lungo minuto i tre rimasero lì a guardare quel fagottino; Hagrid era scosso dai singhiozzi, la professoressa Mcgranitt non faceva che battere le palpebre, e lo scintillio che normalmente emanava dagli occhi di Silente sembrava svanito.
   ‘Be'‘ disse infine Silente, ‘ecco fatto. Non c'è più ragione che restiamo qui. Tanto vale che andiamo a prender parte ai festeggiamenti’.
   ‘Già’ disse Hagrid con voce soffocata ‘allora io riporto la moto a Sirius. 'Notte, professoressa Mcgranitt. Professor Silente, i miei rispetti’.
   Asciugandosi gli occhi inondati di lacrime con la manica della giacca, Hagrid si rimise a cavalcioni della motocicletta e accese il motore; si sollevò in aria con un rombo e sparì nella notte.
   ‘Penso che ci rivedremo presto, professoressa Mcgranitt’ disse Silente facendole un cenno col capo. Per tutta risposta, lei si soffiò il naso.
   Silente si voltò e si avviò lungo la strada. Giunto all'angolo, si fermò ed estrasse il suo ‘Spegnino’ d'argento. Uno scatto, e dodici sfere luminose si riaccesero di colpo nei lampioni, illuminando Privet Drive di un bagliore aranciato. A quel chiarore scorse un gatto soriano che se la svignava dietro l'angolo all'altro capo della strada. Da quella distanza vedeva appena il mucchietto di coperte sul gradino del numero 4.
   ‘Buona fortuna, Harry’ mormorò. Poi girò sui tacchi e, con un fruscio del mantello, sparì.
   Una lieve brezza scompigliava le siepi ben potate di Privet Drive, che riposava, ordinata e silenziosa, sotto il cielo nero come l'inchiostro. L'ultimo posto dove ci si sarebbe aspettati di veder accadere cose stupefacenti. Sotto le sue coperte, Harry Potter si girò dall'altra parte senza svegliarsi. Una manina si richiuse sulla lettera che aveva accanto e lui continuò a dormire, senza sapere che era speciale, senza sapere che era famoso, senza sapere che di lì a qualche ora sarebbe stato svegliato dall'urlo di Mrs Dursley che apriva la porta di casa per mettere fuori le bottiglie del latte, né che le settimane successive le avrebbe trascorse a farsi riempire di spintoni e pizzicotti dal cugino Dudley... Non poteva sapere che, in quello stesso istante, da un capo all'altro del paese, c'era gente che si riuniva in segreto e levava i calici per brindare ‘a Harry Potter il bambino che è sopravvissuto’.
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