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Harry Potter e La Camera dei Segreti (3199 citazioni)
   1) Il peggior compleanno (95 citazioni)
   2) L'avvertimento di Dobby (126 citazioni)
   3) La Tana (183 citazioni)
   4) Alla libreria "Il Ghirigoro" (202 citazioni)
   5) Il Platano Picchiatore (196 citazioni)
   6) Gilderoy Allock (152 citazioni)
   7) Mezzosangue e mezze voci (172 citazioni)
   8) La festa di complemorte (190 citazioni)
   9) La scritta sul muro (211 citazioni)
   10) Il bolide fellone (180 citazioni)
   11) Il Club dei Duellanti (191 citazioni)
   12) La Pozione Polisucco (211 citazioni)
   13) Il diario segretissimo (211 citazioni)
   14) Cornelius Caramell (147 citazioni)
   15) Aragog (160 citazioni)
   16) La Camera dei Segreti (236 citazioni)
   17) L'erede di Serpeverde (192 citazioni)
   18) Un premio per Dobby (144 citazioni)
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La Pozione Polisucco


   Una volta giunti in cima scesero dalla scala mobile di pietra. La professoressa McGranitt bussò alla porta, che si aprì senza fare rumore. Entrarono. Poi la McGranitt disse a Harry di attendere e lo lasciò da solo.
    Il ragazzo si guardò intorno. Una cosa era certa: di tutte le stanze degli insegnanti che gli era capitato di vedere fino a quel momento, lo studio di Silente era senza dubbio il più interessante. Non fosse stato per la paura matta di essere espulso dalla scuola sarebbe stato entusiasta di dare un’occhiata a quel luogo. Era una stanza circolare, grande e bella, piena di rumorini strani. Su alcuni tavoli dalle gambe lunghe e sottili, avvolti in nuvolette di fumo, erano posati molti curiosi strumenti d’argento. Le pareti erano ricoperte di ritratti di vecchi e vecchie presidi, garbatamente appisolati nelle loro cornici. C’era anche un’enorme scrivania con le zampe ad artiglio, e dietro, su uno scaffale, era poggiato un cappello da mago, frusto e stracciato… il Cappello Parlante.
    Il ragazzo esitò. Gettò un’occhiata circospetta ai maghi e alle streghe addormentati tutt’intorno, sulle pareti. In fondo, che male c’era se prendeva il cappello e se lo metteva in testa un’altra volta? Solo per vedere… solo per accertarsi che lo avesse effettivamente assegnato al dormitorio giusto.
    Piano, senza far rumore, passò dietro alla scrivania, prese il cappello dallo scaffale e cautamente se lo mise in testa. Il cappello era troppo largo e gli scivolò fin sopra gli occhi, come era già accaduto quando lo aveva indossato la prima volta. Harry rimase lì in attesa, fissando la fodera nera. Poi una vocina gli disse: «Pulce nell’orecchio, eh, Harry Potter?»
    «Ehm, sì» mormorò lui. «Ehm… mi spiace disturbare… volevo chiedere…»
    «Ti chiedi se ti ho messo nel posto giusto» disse il cappello con grande perspicacia. «Sì, devo ammetterlo… è stata una decisione particolarmente difficile. Ma rimango del mio parere» il cuore di Harry gli balzò in petto, «saresti stato benissimo tra i Serpeverde».
    Il ragazzo si sentì mancare il respiro. Afferrò il cappello per la punta e se lo tolse. Quello gli si afflosciò tra le mani, sudicio e consunto. Lo rimise sullo scaffale; aveva la nausea.
    «Guarda che ti sbagli» disse ad alta voce rivolto al cappello che ora, immobile e silenzioso, giaceva sullo scaffale. Ma quello non si mosse. Harry arretrò di qualche passo, tenendolo d’occhio. Poi un suono gutturale alle sue spalle lo costrinse a voltarsi.
    Allora non era solo! Su un trespolo d’oro, dietro alla porta, stava appollaiato un uccello dall’aria decrepita, che assomigliava terribilmente a un tacchino spennacchiato. Harry lo fissò e quello gli restituì un’occhiata minacciosa, continuando a fare il suo verso gutturale. Harry pensò che aveva un’aria molto malandata. Il suo sguardo era opaco, e mentre Harry lo fissava gli caddero un paio di penne dalla coda.
    ‘Ci manca solo che l’uccello preferito di Silente decida di andare al creatore proprio mentre sono qui con lui, da solo’ pensò il ragazzo. E in quel preciso istante l’uccello prese fuoco.
    Fuori di sé, Harry lanciò un grido e indietreggiò verso la scrivania. Si guardò febbrilmente intorno, nel caso da qualche parte ci fosse un bicchier d’acqua, ma non ne vide. Intanto l’uccello, che era diventato una palla di fuoco, emise un grido stridulo e un attimo dopo era scomparso, lasciando sul pavimento soltanto un mucchietto di ceneri fumanti.
    La porta dell’ufficio si apri. Entrò Silente. Aveva un’aria torva.
    «Professore» ansimò Harry, «il suo uccello… non ho potuto fare niente… ha semplicemente preso fuoco…»
    Con suo grande stupore, Silente sorrise.
    «Era pure ora!» disse. «Erano giorni che aveva un’aria terrificante. Gliel’ho detto tante volte che doveva decidersi».
    Ridacchiò di fronte all’aria attonita di Harry.
    «Vedi, Harry, Fanny è una Fenice. E le Fenici, quando è arrivato il momento di morire, prendono fuoco e poi rinascono dalle loro stesse ceneri. Sta’ a vedere…»
    Harry abbassò gli occhi appena in tempo per vedere un uccellino grinzoso, appena nato, far capolino fra la cenere. Era brutto quasi quanto quello vecchio.
    «Peccato che tu l’abbia vista soltanto oggi, il Giorno del Falò» proseguì Silente sedendosi dietro alla scrivania. «Per la maggior parte della sua vita è un animale veramente bello, con uno splendido piumaggio rosso e oro. Creature affascinanti, le fenici. Riescono a trasportare carichi pesantissimi, le loro lacrime hanno poteri curativi e, come animali domestici, sono fedelissimi».
    Lo shock dell’uccello arrosto aveva fatto dimenticare a Harry il motivo per cui si trovava lì, ma gli tornò in mente quando Silente si fu seduto sullo scranno, dietro la scrivania, fissandolo con i suoi penetranti occhi azzurri.
    Ma prima che il Preside avesse il tempo di aprire bocca, la porta dell’ufficio si spalancò con un colpo violento e Hagrid irruppe nella stanza. Aveva lo sguardo stravolto, il passamontagna sulle ventitré, capelli arruffati e il galletto morto tra le mani.
    «Non è stato Harry, professor Silente!» proruppe. «Ci ho parlato un attimo prima che l’altro ragazzino… cioè… non poteva avere il tempo, signore…»
    Silente tentò di dire qualcosa, ma Hagrid continuava a sbraitare agitato, scuotendo il galletto e spargendo piume dappertutto.
    «…non può essere stato lui, glielo giuro davanti al Ministro della Magia, se serve…»
    «Hagrid, io…»
    «…ha preso quello sbagliato, signore, Harry lo conosco, io, e non è capace di…»
    «Hagrid!» disse Silente alzando la voce. «Io non penso che Harry abbia aggredito quelle persone».
    «Ah, be’!» esclamò Hagrid, e il galletto gli si afflosciò lungo il fianco. «Bene. Allora aspetto fuori, Signore».
    E uscì rumorosamente, imbarazzato.
    «Davvero lei non pensa che sia stato io, professore?» ripeté Harry col cuore che gli si riapriva alla speranza, mentre Silente toglieva penne di galletto sparse dappertutto sulla scrivania.
    «No, Harry, non lo penso» disse Silente. Ma sul volto gli era riapparsa quell’espressione cupa. «Però voglio chiederti qualcosa».
    Harry attese nervoso, mentre Silente lo squadrava, accostando le punte delle sue lunghe dita.
    «Devo chiederti, Harry, se c’è qualcosa di cui desideri parlarmi» disse con voce gentile. «Di qualsiasi cosa si tratti».
    Harry non sapeva cosa dire. Pensò a Malfoy che aveva gridato: La prossima volta toccherà a voi, mezzosangue! e alla Pozione Polisucco che bolliva pian piano nel bagno di Mirtilla Malcontenta. Poi pensò alle due volte che aveva udito la voce disincarnata e ricordò le parole di Ron: ‘Udire voci che nessun altro sente non è un buon segno, neanche tra i maghi’. Pensò anche a tutte le dicerie che giravano su di lui e alla sua crescente paura di avere in qualche modo a che fare con Salazar Serpeverde…
    «No, professore» disse. «Non ho niente da dire».
    Dopo il duplice attentato a Justin e a Nick-Quasi-Senza-Testa, quello che fino a quel momento era serpeggiato come un semplice nervosismo divenne vero e proprio panico. Strano a dirsi, quel che sembrava preoccupare di più era la sorte toccata a Nick-Quasi-Senza-Testa. Chi poteva fare una cosa del genere a un fantasma? Quale forza terribile aveva il potere di far del male a chi era già morto? Tutti si precipitarono a prenotare i posti sull’Espresso di Hogwarts per tornare a casa per Natale.
    «Di questo passo, rimarremo soli» disse Ron a Harry e a Hermione. «Noi, Malfoy, Tiger e Goyle. Bella vacanza che ci si prepara!»
    Infatti anche Tiger e Goyle, che facevano sempre tutto quel che diceva Malfoy, avevano firmato per restare in collegio durante le vacanze. Ma a Harry sorrideva l’idea che la maggior parte degli studenti partisse. Era stanco di vedersi evitato quando qualcuno lo incontrava per i corridoi, come se da un momento all’altro dovesse tirar fuori le zanne o schizzare veleno; stanco di essere chiacchierato, segnato a dito, insultato.
    Per Fred e George, invece, tutto questo era molto divertente. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per precedere Harry lungo i corridoi, gridando: «Fate largo all’Erede di Serpeverde, passa un mago pericoloso e cattivo…»
    Percy li disapprovava con tutto il cuore.
    «Non c’è niente da ridere» disse un giorno con voce sferzante.
    «Oh, levati di torno, Percy!» disse Fred. «Harry ha fretta».
    «Proprio così: sta sgattaiolando nella Camera dei Segreti per prendere un tè con il suo servitore zannuto» disse George ridacchiando.
    Neanche Ginny trovava la cosa divertente.
    «Oh, non fate così!» gemeva quando Fred, a voce altissima, chiedeva a Harry chi fosse la prossima vittima o quando George fingeva di tenerlo lontano con un grosso spicchio d’aglio.
    Harry non se la prendeva; lo confortava il pensiero che almeno Fred e George giudicassero ridicola l’idea che lui fosse l’erede di Serpeverde. Chi invece sembrava infastidito da quelle pagliacciate era Draco Malfoy, che reagiva ogni volta in maniera sempre più irritata.
    «È perché muore dalla voglia di dire che l’erede di Serpeverde, in realtà, è lui» disse Ron astuto. «Lo sapete che non sopporta di essere secondo a nessuno, di qualsiasi cosa si tratti, e che qualcun altro si prenda il merito delle sue mascalzonate».
    «Non durerà a lungo» disse Hermione soddisfatta. «La Pozione Polisucco è quasi pronta. Uno di questi giorni gli tireremo fuori la verità».
    Finalmente il trimestre si chiuse e sul castello scese un silenzio profondo, come quello che regnava sui campi bianchi di neve. Harry trovava confortevole e non triste quell’atmosfera, e gli piaceva molto che lui, Hermione e i fratelli Weasley avessero il dominio incontrastato della torre del Grifondoro, il che significava poter giocare a Spara Schiocco senza disturbare nessuno, ed esercitarsi fra di loro a duello. Fred, George e Ginny avevano preferito rimanere a scuola, anziché andare a trovare Bill in Egitto, con i genitori. Percy, che li disapprovava per quello che definiva un comportamento puerile, non passava molto tempo nella sala di ritrovo del Grifondoro. Aveva spiegato con gran sussiego che rimaneva a scuola per Natale soltanto perché era suo dovere di Prefetto aiutare gli insegnanti in quel momento di difficoltà.
    L’alba del giorno di Natale si annunciò gelida e nevosa. Harry e Ron, i soli rimasti nel loro dormitorio, furono svegliati di buon’ora da Hermione che irruppe nella stanza vestita di tutto punto, carica di regali per entrambi.
    «Sveglia!» disse in tono squillante aprendo le finestre.
    «Hermione… non dovresti essere qui» disse Ron riparandosi gli occhi dalla luce.
    «Buon Natale anche a te» disse Hermione lanciandogli il suo regalo. «Io sono in piedi da quasi un’ora e sono andata ad aggiungere la Crisopa nella pozione. È pronta».
    Harry si mise seduto sul letto, tutt’a un tratto sveglissimo.
    «Ne sei sicura?»
    «Affermativo» disse Hermione spostando Crosta, il topo di Ron, in modo da potersi sedere ai piedi del letto. «Se siamo sempre decisi a farlo, io dico che dovrebbe essere per stasera».
    In quel momento, Edvige entrò in volo nella stanza portando nel becco un pacchettino.
    «Ciao» la salutò Harry felice, mentre l’uccello atterrava sul suo letto. «Siamo di nuovo amici?»
    Edvige gli mordicchiò l’orecchio in segno di affetto e per Harry fu un regalo molto più bello di quello che lei gli aveva recapitato, e che risultò provenire dai Dursley. Gli avevano mandato uno stuzzicadenti, insieme a un biglietto in cui gli dicevano di vedere se avrebbe potuto restare a Hogwarts anche per le vacanze estive.
    Gli altri regali di Natale furono molto più gratificanti. Da Hagrid ricevette una grossa scatola di caramelle mou, che Harry mise ad ammorbidire davanti al fuoco; Ron gli aveva regalato un libro intitolato I Magnifici Sette, pieno di aneddoti interessanti sulla sua squadra del cuore; Hermione gli aveva comperato una lussuosa penna d’aquila. Nell’ultimo pacco Harry trovò un altro dei famosi maglioni fatti a mano dalla signora Weasley e un grosso ciambellone. Mentre sistemava il suo bigliettino di auguri fu assalito di nuovo dai sensi di colpa al pensiero dell’automobile del signor Weasley, che da quando era andata a schiantarsi contro il Platano Picchiatore non s’era vista più, e di tutto quel po’ po’ di regole che lui e Ron stavano organizzando di infrangere.
    Nessuno, neanche chi era spaventato al pensiero di dover prendere, di lì a poco, la Pozione Polisucco, poté fare a meno di godersi il pranzo di Natale a Hogwarts.
    La Sala Grande era uno splendore. Non solo era addobbata con una dozzina di alberi di Natale coperti di ghiaccio e con grossi festoni di agrifoglio e di vischio che andavano da una parte all’altra del soffitto, ma dall’alto fioccava anche neve magica, calda e asciutta. Silente diresse il canto corale di alcune delle sue carole preferite, mentre Hagrid, man mano che tracannava grog, batteva il tempo sempre più freneticamente. Percy non s’era accorto che Fred aveva fatto un incantesimo al suo cartellino di Prefetto, su cui ora si leggeva ‘Perfetto’, e continuava a chiedere che avessero tanto da ridere. Dalla tavola dei Serpeverde, Draco Malfoy, con voce stentorea, faceva commenti maligni sul maglione nuovo di Harry, ma lui lo ignorava. Con un po’ di fortuna, di lì a poche ore lo avrebbe sistemato a dovere.
    Harry e Ron avevano appena spazzolato la terza porzione di pudding di Natale che già Hermione li spingeva fuori della sala per finire di mettere a punto il piano per quella sera.
    «Dobbiamo ancora procurarci un pezzetto delle persone nelle quali dobbiamo trasformarci» disse in tono molto pratico, come se li stesse mandando al supermercato a comperare detersivo per i piatti. «Naturalmente il massimo sarebbe che riusciste a procurarvi qualcosa di Tiger e Goyle; sono i migliori amici di Malfoy, e lui, con loro, vuoterà il sacco. E poi c’è da accertarsi che i veri Tiger e Goyle non spuntino come funghi mentre noi stiamo facendo il terzo grado al loro capo.
    «Ho pensato a tutto» proseguì senza riprender fiato, ignorando le facce sbigottite di Harry e Ron. Mostrò loro due soffici pasticcini al cioccolato. «Li ho riempiti di una semplice Pozione Soporifera. Basta fare in modo che Tiger e Goyle li trovino. Lo sapete quanto sono golosi; non resisteranno e li mangeranno di certo. Una volta che si saranno addormentati strappategli alcuni capelli e nascondeteli».
    Harry e Ron si scambiarono un’occhiata incredula.
    «Hermione, non credo proprio…»
    «Potrebbe finire molto male…»
    Ma la ragazza lo zittì con un’occhiata gelida, molto simile a quelle della professoressa McGranitt.
    «La pozione sarebbe inutile senza i capelli di Tiger e Goyle» disse con tono perentorio. «Voi volete interrogare Malfoy, non è vero?»
    «Va bene, va bene» disse Harry. «Ma tu? A chi li strappi, i capelli?»
    «Io ho già quel che mi serve!» disse Hermione animandosi ed estraendo dalla tasca una bottiglietta con un unico capello dentro. «Vi ricordate Millicent Bulstrode con cui mi sono accapigliata al Club dei Duellanti? Quando stava cercando di strangolarmi mi ha lasciato questo sul vestito. Lei è andata a casa per Natale… ma basterà che io dica ai Serpeverde che ho deciso di tornare».
    Quando Hermione si fu allontanata per controllare ancora una volta la Pozione Polisucco, Ron guardò Harry con aria rassegnata: «Hai mai visto un piano con così tante cose che possono andare storte?»
    Ma con grande sorpresa di Harry e Ron, la fase numero uno dell’operazione andò liscia come Hermione aveva previsto. Dopo il tè, si attardarono nella Sala d’Ingresso deserta in attesa di Tiger e Goyle che, rimasti soli al tavolo dei Serpeverde, si stavano rimpinzando di una quarta porzione di zuppa inglese. Harry aveva appoggiato i pasticcini al cioccolato sulla balaustra delle scale. Quando videro Tiger e Goyle uscire dalla Sala Grande, Harry e Ron si nascosero in fretta dietro a un’armatura, accanto al portone principale.
    «Ma si può essere così idioti?» bisbigliò Ron in tono estatico quando Tiger indicò allegramente a Goyle i pasticcini e li afferrò. Ridendo come due ebeti, fecero sparire i dolci in un sol boccone. Per un attimo masticarono ingordamente con aria di trionfo: poi, senza cambiare faccia, andarono giù come birilli.
    La parte più complicata fu nasconderli dentro l’armadio, dalla parte opposta della stanza. Poi, una volta che li ebbero messi al sicuro tra secchi e stracci, Harry strappò un paio di peli dalle irsute sopracciglia di Goyle e Ron strappò alcuni capelli a Tiger. Gli portarono via anche le scarpe, perché le loro erano troppo piccole per piedi di quella misura. Poi, ancora esterrefatti per quel che erano riusciti a fare, si affrettarono a raggiungere il bagno di Mirtilla Malcontenta.
    Ci si vedeva a malapena, per via del denso fumo nero che usciva dal gabinetto dove Hermione stava rimestando la Pozione. Coprendosi la faccia con i vestiti, Harry e Ron bussarono discretamente alla porta.
    «Hermione?»
    Udirono stridere il chiavistello, e la ragazza uscì, la faccia lucida e lo sguardo ansioso. Dietro di lei, si sentiva il blop blop della pozione che sobbolliva. Sul sedile della tazza erano pronti tre bicchieri di vetro.
    «Li avete presi?» chiese Hermione in un soffio.
    Harry le mostrò i peli di Goyle.
    «Bene. E io ho trafugato questi abiti di ricambio dalla lavanderia» disse Hermione indicando un sacchetto. «Una volta che sarete diventati Tiger e Goyle, avrete bisogno di taglie più grandi».
    Tutti e tre guardarono dentro al calderone. Vista da vicino, la pozione sembrava una fanghiglia densa e scura.
    «Sono sicura di aver fatto tutto a dovere» disse nervosamente Hermione, scorrendo ancora una volta la pagina impataccata del De Potentissimis Potionibus. «Mi sembra che il libro dica che… dopo averla bevuta, avremo esattamente un’ora prima di riprendere le nostre sembianze».
    «E ora che si fa?» sussurrò Ron.
    «La versiamo nei bicchieri e poi ci mettiamo i capelli dentro».
    Hermione versò alcune cucchiaiate in ogni bicchiere e nel primo, con mano tremante, lasciò cadere il capello di Millicent Bulstrode.
    Dalla pozione venne un sibilo come di un bollitore, poi si formò una schiuma abbondante. Un attimo dopo, l’intruglio aveva assunto un color giallo-vomito.
    «Puah… essenza di Millicent Bulstrode» disse Ron guardandola con ripugnanza. «Scommetto che è disgustosa».
    «Su, mettete dentro i capelli» li esortò Hermione.
    Harry lasciò cadere il pelo di Goyle nel bicchiere di mezzo e Ron il capello di Tiger nell’ultimo. In entrambi, la pozione cominciò a sibilare e a schiumare: quella di Goyle assunse il color cachi, tipico dei fantasmi, mentre quella di Tiger divenne marrone scuro.
    «Aspettate un attimo» disse Harry, mentre Ron e Hermione allungavano la mano verso i loro bicchieri. «È meglio che non la beviamo qua dentro: appena ci saremo trasformati non ci staremo più. E anche Millicent Bulstrode non è un cosino da niente».
    «Ben detto» disse Ron aprendo la porta. «Andiamo ognuno in un gabinetto».
    Attento a non versarne neanche una goccia, Harry si infilò in quello di mezzo.
    «Pronti?» chiese Harry.
    «Pronti» risposero all’unisono le voci di Ron e Hermione.
    «Uno… due… tre…»
    Tappandosi il naso, Harry bevve la pozione in due grossi sorsi. Sapeva di cavolo stracotto.
    Immediatamente sentì torcersi le budella come se avesse inghiottito dei serpenti vivi: piegato in due, si chiedeva quando avrebbe vomitato; poi si sentì bruciare tutto, dallo stomaco fino alla punta delle dita delle mani e dei piedi. Un attimo dopo ebbe l’orribile sensazione di sciogliersi, come se tutta la pelle fosse fatta di cera bollente, e davanti agli occhi le mani crebbero, le dita s’ingrossarono, le unghie si allargarono e le nocche si gonfiarono come bulloni. Le spalle gli si stirarono dolorosamente e dal prurito sulla fronte capì che i capelli gli stavano crescendo quasi attaccati alle sopracciglia; il torace gli si allargò come un barile a cui saltassero i cerchioni, gli abiti si strapparono; aveva i piedi doloranti per via delle scarpe, che erano di quattro misure più piccole…
    Così com’era iniziato, tutto cessò di colpo. Harry si stese faccia a terra sul freddo pavimento di pietra, ascoltando il cupo gorgogliare di Mirtilla. Si tolse le scarpe con difficoltà e si alzò in piedi. Dunque, ecco come ci si sentiva nei panni di Goyle. Con la grossa mano tremante si tolse i calzoni che gli arrivavano due palmi sopra le caviglie, si infilò quelli nuovi e si allacciò le scarpe di Goyle, che sembravano due barche. Fece per togliersi i capelli dagli occhi, ma sentì soltanto peli ispidi e corti che gli crescevano lungo la bassa attaccatura della fronte. Poi si rese conto che gli occhiali gli davano fastidio, perché ovviamente Goyle non ne aveva bisogno. Se li tolse e chiese: «Tutto bene, voi due?» con la voce bassa e gracchiante di Goyle.
    «Sì» gli rispose da destra il grugnito di Tiger.
    Harry aprì la porta e andò a guardarsi allo specchio incrinato. Goyle lo fissava con occhi ottusi e infossati. Harry si grattò l’orecchio. Così faceva Goyle.
    Si aprì la porta di Ron. I due ragazzi si fissarono. A parte il pallore e l’aria stravolta, Ron non si sarebbe potuto distinguere da Tiger: tutto era identico a lui dal taglio dei capelli a ciotola capovolta alle braccia da gorilla.
    «È incredibile» esclamò Ron avvicinandosi allo specchio e grattando il naso piatto di Tiger. «Incredibile!»
    «È meglio che ci avviamo» disse Harry allentando il cinturino dell’orologio che gli stava segando il grosso polso da Goyle. «Dobbiamo ancora scoprire dov’è la sala di ritrovo dei Serpeverde. Speriamo soltanto di incontrare qualcuno da seguire…»
    Ron, che era rimasto a fissare Harry, disse: «Non sai quanto sia strano vedere Goyle che pensa». Bussò alla porta di Hermione. «Svelta, dobbiamo andare…»
    Una vocetta stridula gli rispose: «Io… io non credo che verrò, dopo tutto. Andate senza di me».
    «Hermione, lo sappiamo che Millicent Bulstrode è brutta, ma nessuno saprà che sei tu».
    «No… veramente… non penso che verrò. Sbrigatevi, state perdendo tempo!»
    Harry fissò Ron, strabiliato.
    «Ecco, così sei proprio Goyle» osservò Ron. «Questa è la sua faccia ogni volta che un insegnante gli fa una domanda».
    «Hermione, stai bene?» chiese Harry da dietro la porta.
    «Bene… sto bene… andate…»
    Harry guardò l’ora. Cinque dei loro sessanta preziosi minuti erano già passati.
    «Ci ritroviamo qui, d’accordo?» chiese.
    Harry e Ron aprirono con cautela la porta del bagno, controllarono che non ci fosse nessuno e si avviarono.
    «Non dondolare le braccia a quel modo» bisbigliò Harry a Ron.
    «Eh?»
    «Tiger le tiene rigide…»
    «Va bene così?»
    «Sì, così va meglio».
    Scesero le scale di marmo. Ora, l’unica cosa di cui avevano bisogno era incontrare un Serpeverde da seguire fino alla sala di ritrovo del loro dormitorio, ma in giro non si vedeva nessuno.
    «Ti viene in mente un’idea?» bisbigliò Harry.
    «La mattina i Serpeverde arrivano sempre da lì» disse Ron indicando l’ingresso ai sotterranei. Aveva appena finito di parlare che una ragazza dai lunghi capelli ricci apparve dalla porta d’ingresso.
    «Scusa» disse Ron avvicinandosi di corsa, «abbiamo dimenticato come si fa per raggiungere la nostra sala comune».
    «Prego?» chiese la ragazza tutta rigida. «La nostra sala comune? Ma io sono di Corvonero».
    E si allontanò gettandogli occhiate sospettose.
    Harry e Ron scesero di corsa la scala di pietra e si trovarono immersi nell’oscurità; i loro passi erano particolarmente rumorosi, perché i grossi piedi di Tiger e Goyle pestavano pesantemente il pavimento: i due ragazzi cominciarono a pensare che la cosa non sarebbe stata poi così facile come avevano sperato.
    I passaggi labirintici erano deserti. Continuarono a scendere sempre più giù, nei sotterranei della scuola, controllando l’ora per vedere quanto tempo gli restava. Dopo un quarto d’ora, mentre stavano per perdere le speranze, a un tratto udirono qualcuno muoversi davanti a loro.
    «Ah!» esclamò Ron tutto eccitato. «Eccone uno!»
    Videro una figura uscire da una stanza laterale. Ma avvicinandosi ebbero un tuffo al cuore: non era un Serpeverde, era Percy.
    «E tu cosa ci fai quaggiù?» chiese Ron sorpreso.
    Percy fece l’aria contrariata.
    «Questi» disse tutto impettito, «non sono affari che vi riguardano. Sei Tiger, non è vero?»
    «Ehm… oh, sì» disse Ron.
    «Bene, allora tornatene al tuo dormitorio» intimò Percy severo. «E pericoloso, di questi tempi, andarsene in giro al buio, per i corridoi».
    «Ma tu lo fai, però» rimbeccò Ron.
    «Io» disse Percy dandosi un contegno, «sono un Prefetto. A me, niente può aggredirmi».
    D’un tratto, sentirono una voce dietro di loro. Draco Malfoy si stava avvicinando: fu la prima volta in vita sua che Harry fu lieto di vederlo.
    «Ah, eccovi!» disse con voce strascicata guardandoli. «Siete stati tutto questo tempo a rimpinzarvi nella Sala Grande? Vi ho cercato dappertutto. Voglio farvi vedere una cosa veramente buffa».
    Poi lanciò un’occhiata raggelante a Percy.
    «E tu che cosa ci fai quaggiù, Weasley?» ghignò.
    Percy prese un’aria offesa.
    «Dovresti avere un po’ più di rispetto per un Prefetto della scuola!» disse. «Non mi piace il tuo atteggiamento!»
    Malfoy ridacchiò e intimò a Harry e Ron di seguirlo. Harry stava per scusarsi con Percy ma si riprese appena in tempo. Insieme a Ron si affrettò a seguire Malfoy il quale, non appena ebbero svoltato per un altro corridoio, commentò: «Quel Peter Weasley…»
    «Percy» lo corresse Ron, senza pensarci.
    «…O come diavolo si chiama» disse Malfoy. «Ho notato che ultimamente se ne va in giro con aria equivoca. E scommetto di sapere cos’ha in testa: pensa di riuscire a scovare da solo l’erede di Serpeverde».
    Fece una breve risata di scherno. Harry e Ron si scambiarono occhiate cariche di eccitazione.
    Malfoy si fermò davanti a un tratto di muro di pietra squallido e ùmido.
    «Qual è la nuova parola d’ordine?» chiese a Harry.
    «Ehm…» fece lui.
    «Ah, sì… purosangue!» disse Malfoy senza ascoltarlo, e una porta di pietra scorrevole, nascosta nella parete, si aprì. Malfoy la superò, seguito da Ron e Harry.
    La sala comune dei Serpeverde era un sotterraneo lungo e basso con le pareti e il soffitto di pietra, da cui, appese a delle catene, pendevano lampade rotonde e verdastre. Di fronte a loro, in un camino dalle sculture elaborate, scoppiettava un fuoco contro cui si stagliava il profilo di molti ragazzi, seduti tutt’intorno su sedie scolpite.
    «Aspettatemi qui» disse Malfoy a Harry e Ron spingendoli verso due sedie vuote, lontane dal fuoco. «Vado a prenderlo… mio padre me l’ha appena mandato…»
    Harry e Ron si sedettero, facendo di tutto per sembrare a proprio agio.
    Un attimo dopo Malfoy fu di ritorno con un ritaglio di giornale. Lo mise sotto il naso di Ron.
    «Questo ti piacerà» disse.
    Harry vide Ron sbarrare gli occhi. Lesse velocemente, scoppiò in una risata molto forzata e passò il trafiletto a Harry.
    Era stato ritagliato dalla Gazzetta del Profeta e diceva così:
   
    INCHIESTA AL MINISTERO DELLA MAGIA
    Arthur Weasley, Direttore dell’Ufficio per l’Uso Improprio dei Manufatti dei Babbani, ha ricevuto oggi una multa di cinquanta Galeoni per aver stregato un’automobile dei Babbani.
    Lucius Malfoy, membro del Consiglio di amministrazione della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, dove l’automobile stregata si è schiantata all’inizio di quest’anno, ha chiesto le dimissioni del signor Weasley.
    «Weaslev ha gettato il discredito sul Ministero» ha detto il signor Malfoy al nostro inviato. «È evidente che egli non è la persona adatta a far rispettare le nostre leggi e il suo ridicolo progetto di Legge per la Protezione dei Babbani va immediatamente accantonato».
    Non siamo riusciti a raccogliere il commento del signor Weasley, ma sua moglie ha intimato ai giornalisti di togliersi dai piedi minacciando di sguinzagliare il fantasma di famiglia.
   
    «Be’?» chiese Malfoy con impazienza quando Harry gli ebbe restituito il foglio. «Non è buffo?»
    «Molto buffo» rispose Harry tetro.
    «Arthur Weasley ama talmente tanto i Babbani che dovrebbe buttare alle ortiche la sua bacchetta magica e andarsene a vivere con loro» disse Malfoy con tono sprezzante. «Da come si comportano, non si direbbe mai che i Weasley siano dei purosangue».
    La faccia di Ron — o meglio, di Tiger — era contratta per la rabbia.
    «Che cosa ti prende, Tiger?» sbottò Malfoy.
    «Mal di stomaco» grugnì lui.
    «Be’, vattene in infermeria, e dài un calcio da parte mia a tutti quei mezzosangue» disse Malfoy con un ghigno. «Strano che La Gazzetta del Profeta non abbia ancora dato notizia di tutti questi attentati» proseguì pensieroso. «Immagino che Silente stia cercando di mettere tutto a tacere. Se la cosa non finisce presto gli daranno il benservito. Mio padre dice sempre che Silente è la peggior disgrazia che sia mai capitata a questo posto, perché adora i figli dei Babbani. Un preside decente non avrebbe mai dovuto ammettere un rifiuto della società come quel Canon».
    E Malfoy cominciò a scattare foto con un’immaginaria macchina fotografica, in una replica di Colin crudele ma perfetta: «Potter, posso avere una tua foto, Potter? Mi fai un autografo? Per favore, posso leccarti le scarpe, Potter?»
    Abbassò le braccia e fissò Harry e Ron.
    «Si può sapere cosa avete, voi due?»
    La risata forzata di Harry e Ron arrivò in ritardo, ma Malfoy sembrò soddisfatto; magari Tiger e Goyle non erano di quelli che capivano al volo.
    «San Potter, l’amico dei mezzosangue» scandì lentamente Malfoy. «Lui è un altro che non ha una vera sensibilità da mago, altrimenti non se ne andrebbe sempre in giro con quella presuntuosa Babbanastra della Granger. E pensare che la gente crede che l’erede di Serpeverde sia lui!»
    Harry e Ron rimasero in attesa, trattenendo il fiato: di certo, Malfoy stava per dirgli che l’erede di Serpeverde era lui. E invece…
    «Quanto mi piacerebbe sapere chi è» proseguì Malfoy con aria petulante. «Potrei dargli una mano».
    A Ron-Tiger la mascella si afflosciò cosi tanto che la sua faccia sembrò ancor più ebete del solito. Per fortuna Malfoy non ci fece caso, e Harry, cercando freneticamente di farsi venire in mente qualcosa, disse: «Ma tu avrai sicuramente un’idea di chi c’è dietro a tutto questo…»
    «Lo sai che non ce l’ho, Goyle, quante volte te lo devo ripetere?» sbottò Malfoy. «E mio padre non vuole dirmi niente sull’ultima volta che la Camera è stata aperta. Certo, è successo cinquant’anni fa, e quindi prima che lui fosse a Hogwarts, ma conosce la storia nei minimi particolari e dice che fu messo tutto a tacere; per cui, se io ne sapessi troppo apparirebbe sospetto. Una cosa, però, la so: l’ultima volta che la Camera dei Segreti è stata aperta è morto un mezzosangue. Perciò scommetto che è soltanto questione di tempo: anche questa volta uno di loro ci rimetterà la pelle… Spero proprio che sia la Granger» concluse tutto soddisfatto.
    Ron-Tiger stringeva i pugni giganteschi. Rendendosi conto che se avesse mollato un cazzotto a Malfoy si sarebbero immancabilmente traditi, Harry fulminò l’amico con un’occhiata e chiese: «Ma quello che ha aperto la Camera… l’hanno preso?»
    «Oh, sì… chiunque sia stato, fu espulso» disse Malfoy. «Probabilmente è ancora ad Azkaban».
    «Azkaban?» ripeté Harry perplesso.
    «Sì, Azkaban… la prigione dei maghi, Goyle!» disse Malfoy fissandolo incredulo. «Parola mia, Goyle, se tu fossi appena un po’ più lento andresti all’indietro!»
    Si agitò sulla sedia e poi aggiunse: «Mio padre mi dice di non immischiarmi e di lasciare che l’erede di Serpeverde prosegua il suo lavoro. Dice che la scuola deve essere liberata da tutti quegli sporchi mezzosangue, ma che io non me ne devo impicciare. Naturalmente in questo momento lui ha ben altro da fare. Lo sapete che il Ministero della Magia ha perquisito il nostro Castello, la settimana scorsa?»
    Harry-Goyle cercò di fare assumere al suo viso ebete un’espressione preoccupata.
    «Proprio cosi…» riprese Malfoy. «Per fortuna non hanno trovato granché. Mio padre possiede alcune preziose sostanze per le Arti Oscure. Ma per fortuna anche noi abbiamo la nostra camera segreta, sotto il pavimento del salotto…»
    «Aha!» esclamò Ron-Tiger.
    Malfoy lo fissò, e altrettanto fece Harry. Ron arrossì. Anche i capelli gli si stavano tornando rossi. E anche il naso, pian piano, gli si stava allungando. L’ora era scaduta. Ron stava ridiventando Ron, e dall’occhiata inorridita che lanciò a Harry, anche a lui stava capitando la stessa cosa.
    Entrambi scattarono in piedi.
    «Presto, una medicina per il mal di stomaco!» grugnì Ron, e senza altre storie attraversarono di corsa la sala comune dei Serpeverde, si lanciarono contro la parete di pietra e attraversarono il passaggio segreto, sperando ardentemente che Malfoy non si fosse accorto di nulla. Harry rimpiccioliva e sentiva i piedi sciacquare dentro le enormi scarpe di Goyle e i vestiti ballargli addosso. Fecero di volata le scale verso la sala d’ingresso, che era avvolta nell’oscurità: dall’armadio dove erano rinchiusi Tiger e Goyle provenivano dei colpi soffocati. Lasciarono le scarpe fuori dall’armadio e, con i soli calzini ai piedi, fecero di corsa la scalinata di marmo, dritti al bagno di Mirtilla Malcontenta.
    «Be’, non è stato tutto tempo perso» ansimò Ron chiudendosi la porta del bagno alle spalle. «Va bene che non abbiamo ancora scoperto chi è l’autore degli attentati, ma domani scrivo a mio padre per dirgli di andare a dare un’occhiatina sotto il salotto dei Malfoy».
    Harry andò a controllare la propria faccia sullo specchio incrinato. Era tornato normale. Inforcò gli occhiali, mentre Ron bussava alla porta del gabinetto di Hermione.
    «Hermione, vieni fuori. Abbiamo un sacco di cose da dirti…»
    «Andate via!» strillò Hermione.
    Harry e Ron si scambiarono un’occhiata.
    «Ma che diavolo è successo?» chiese Ron. «Ormai dovresti essere tornata normale anche tu; noi siamo…»
    Ma Mirtilla Malcontenta sgattaiolò fuori dal suo cubicolo. Harry non l’aveva mai vista così felice.
    «Oooooooh, adesso vedrete!» esclamò. «È orribile!»
    Sentirono scorrere il chiavistello e Hermione apparve, in lacrime, coprendosi la testa con gli abiti.
    «Che cosa è successo?» chiese Ron incerto. «Ti è rimasto il naso di Millicent, o cosa?»
    Hermione si fece scivolare i vestiti dalla testa e Ron arretrò fino al lavabo.
    La faccia di Hermione era tutta coperta di pelo nero. Gli occhi erano diventati gialli e tra i capelli facevano capolino due orecchiette a punta.
    «E-era un p-pelo di g-gatto!» gemette. «M-Millicent B-Bustrode deve avere un gatto! E la p-pozione non può essere usata per trasformarsi in un animale!»
    «Oh!» disse Ron.
    «Ti prenderanno in giro da morire!» commentò Mirtilla tutta felice.
    «Non ti preoccupare, Hermione» tagliò corto Harry. «Ora ti portiamo in infermeria. Madama Chips non fa mai troppe domande…»
    Ci volle del bello e del buono per convincere Hermione a uscire dal bagno. Mirtilla Malcontenta li inseguì ridendo come una matta.
    «Ora vedrai, quando tutti si accorgeranno che hai la coda!»
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