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Harry Potter e i Doni della Morte (6958 citazioni)
   1) L’ascesa del Signore Oscuro (113 citazioni)
   2) In memoriam (70 citazioni)
   3) La partenza dei Dursley (126 citazioni)
   4) I sette Potter (179 citazioni)
   5) Il Guerriero caduto (255 citazioni)
   6) Il demone in pigiama (231 citazioni)
   7) Il testamento i Albus Silente (272 citazioni)
   8) Il matrimonio (213 citazioni)
   9) Un nascondiglio (151 citazioni)
   10) Il racconto di Kreacher (197 citazioni)
   11) La mazzetta (211 citazioni)
   12) La Magia è Potere (220 citazioni)
   13) La Commissione per il Censimento dei nati babbani (184 citazioni)
   14) Il ladro (141 citazioni)
   15) La vendetta del folletto (285 citazioni)
   16) Godric’s Hollow (138 citazioni)
   17) Il Segreto di Bathilda (212 citazioni)
   18) Vita e Menzogne di Albus Silente (82 citazioni)
   19) La cerva d’argento (227 citazioni)
   20) Xenophilius Lovegood (152 citazioni)
   21) La storia dei tre fratelli (182 citazioni)
   22) I Doni della Morte (186 citazioni)
   23) Villa Malfoy (351 citazioni)
   24) Il fabbricante di bacchette (257 citazioni)
   25) Villa Conchiglia (160 citazioni)
   26) La Gringott (188 citazioni)
   27) Il nascondiglio finale (73 citazioni)
   28) Lo specchio mancante (146 citazioni)
   29) Il diadema perduto (169 citazioni)
   30) Il congedo di Severus Piton (197 citazioni)
   31) La battaglia di Hogwarts (288 citazioni)
   32) La bacchetta di Sambuco (182 citazioni)
   33) La storia del Principe (345 citazioni)
   34) Ancora la foresta (119 citazioni)
   35) King’s Cross (170 citazioni)
   36) La falla nel piano (286 citazioni)
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Ancora la foresta


   Finalmente, la verità. Disteso con la faccia nel tappeto polveroso dello studio dove un tempo aveva creduto di apprendere i segreti della vittoria, Harry capì infine che non doveva sopravvivere. Il suo compito era dirigersi tranquillamente nelle braccia accoglienti della Morte. Sulla strada, doveva distruggere gli ultimi legami di Voldemort con la vita, così che quando finalmente si fosse offerto a lui, senza nemmeno alzare la bacchetta per difendersi, l'epilogo sarebbe stato netto, e ciò che sarebbe dovuto accadere a Godric's Hollow si sarebbe compiuto: nessuno dei due sarebbe vissuto, nessuno dei due poteva sopravvivere.
   Sentì il cuore battere forte nel petto. Strano che, nel terrore della morte, pompasse più forte, tenendolo energicamente in vita. Ma doveva fermarsi, e presto. I suoi battiti erano contati. Quanti ne restavano, adesso che stava per alzarsi e attraversare il castello per l'ultima volta, uscire nel parco e andare nella Foresta?
   Il terrore gli si rovesciò addosso: disteso a terra, sentiva dentro di sé quel tamburo di marcia funebre. Sarebbe stato doloroso? Tutte le volte che aveva creduto che stesse per succedere ed era scampato, non aveva mai pensato veramente alla cosa in sé: la volontà di vivere era sempre stata più forte della paura della morte. Ma ora non gli venne in mente di fuggire, di correre più veloce di Voldemort. Era finita, lo sapeva, e restava solo la cosa in sé: morire.
   Se solo fosse successo quella notte d'estate che era uscito per l'ultima volta dal numero quattro di Privet Drive, quando invece la nobile bacchetta di piuma di fenice l'aveva salvato! Se avesse potuto morire come Edvige, così in fretta da non rendersene conto! Se si fosse potuto gettare davanti a una bacchetta per salvare una persona amata... invidiava perfino la morte dei suoi genitori. Quella passeggiata a sangue freddo verso la propria fine avrebbe richiesto un altro genere di coraggio. Sentì le dita tremare e fece uno sforzo per controllarle, anche se nessuno poteva vederlo; i ritratti alle pareti erano vuoti.
   Lentamente, molto lentamente, si alzò a sedere e si sentì più vivo, più consapevole che mai del suo corpo vivente. Perché non si era mai reso conto del miracolo della propria esistenza, cervello e nervi e cuore pulsante? Tutto finito... o almeno, lui non ci sarebbe stato più. Il suo respiro divenne lento e profondo, aveva la bocca e la gola completamente asciutte, ma anche gli occhi.
   Il tradimento di Silente non era quasi nulla. Era ovvio che esisteva un piano più grande; Harry era stato solo troppo stupido per vederlo, ormai lo capiva. Non aveva mai messo in dubbio l'idea che Silente lo volesse vivo.
    Ora sapeva che la durata della sua vita era sempre stata determinata da quanto tempo sarebbe servito per eliminare tutti gli Horcrux. Silente aveva passato a lui il compito di distruggerli e lui, obbediente, aveva tagliato uno dopo l'altro i legami che univano non solo Voldemort, ma se stesso, alla vita! Che finezza, che eleganza, non sprecare altre vite, ma affidare il pericoloso compito al ragazzo che era già destinato al macello, la cui morte non sarebbe stata una calamità, ma un altro colpo sferrato a Voldemort.
   E Silente sapeva che Harry non si sarebbe sottratto, che avrebbe continuato sino alla fine, anche se era la sua fine, perché si era preso il disturbo di imparare a conoscerlo. Silente sapeva, come Voldemort, che Harry non avrebbe permesso a nessun altro di morire per lui, una volta scoperto che era in suo potere impedirlo. Le immagini dei cadaveri di Fred, Lupin e Tonks stesi nella Sala Grande gli tornarono prepotenti davanti agli occhi e per un attimo non riuscì quasi a respirare: la Morte scalpitava...
   Ma Silente l'aveva sopravvalutato. Aveva fallito: il serpente era ancora vivo. Sarebbe rimasto un Horcrux a legare Voldemort alla terra, anche dopo la morte di Harry. Certo, rendeva il compito molto più facile per qualcun altro. Chissà chi... Ron e Hermione sapevano che cosa fare, naturalmente... ecco perché Silente aveva voluto che si confidasse con altre due persone... in modo che, se lui fosse andato incontro al proprio destino un po' troppo presto, loro potessero continuare...
   Come la pioggia contro una finestra fredda, questi pensieri tamburellavano sulla dura superficie dell'incontrovertibile verità: doveva morire. Io devo morire. Doveva finire.
   Ron e Hermione sembravano molto lontani, in un paese dall'altra parte del mondo; gli parve di averli lasciati da tantissimo tempo. Niente addii, niente spiegazioni, non aveva dubbi. Era un viaggio che non potevano intraprendere insieme e i loro tentativi di fermarlo avrebbero solo sprecato tempo prezioso. Guardò l'orologio d'oro ammaccato che aveva ricevuto in dono per il suo diciassettesimo compleanno. Quasi metà dell'ora concessa da Voldemort per la sua resa era passata.
   Si alzò. Il cuore gli sbatteva contro le costole come un uccello agitato. Forse sapeva che gli restava poco tempo, forse era deciso a completare tutti i battiti di una vita prima della fine. Chiuse la porta dell'ufficio senza guardarsi indietro.
   Il castello era deserto. Si sentì come uno spettro ad attraversarlo da solo, come se fosse già morto. Le cornici dei ritratti erano ancora vuote; ovunque aleggiava una calma inquietante, come se tutta la linfa vitale rimasta
    fosse concentrata nella Sala Grande, dove erano radunati i morti e coloro che li piangevano.
   Harry si avvolse nel Mantello dell'Invisibilità e scese un piano dopo l'altro, poi la scalinata di marmo fino alla Sala d'Ingresso. Forse una piccola parte di lui sperava che qualcuno avvertisse la sua presenza, che lo vedesse, che lo fermasse, ma il Mantello era come sempre impenetrabile, perfetto, e Harry raggiunse senza difficoltà il portone.
   Poi Neville per poco non lo urtò. Era con un altro e trasportavano un cadavere. Harry abbassò lo sguardo e avvertì un'altra fitta allo stomaco: Colin Canon, anche se minorenne, doveva essere riuscito a sgattaiolare indietro come Malfoy, Tiger e Goyle. Era piccolissimo da morto.
   «Sai cosa? Ce la faccio da solo, Neville» disse Oliver Baston. Si gettò Colin sulla spalla e lo portò nella Sala Grande.
   Neville si appoggiò alla cornice della porta per un attimo e si asciugò la fronte col dorso della mano. Sembrava un vecchio. Poi ridiscese i gradini e avanzò nel buio per recuperare altri corpi.
   Harry gettò un'ultima occhiata all'ingresso della Sala Grande. Chi cercava di dare e ricevere conforto, chi beveva, chi s'inginocchiava accanto ai morti. Non vide nessuna delle persone che amava, nessuna traccia di Hermione, Ron, Ginny o degli altri Weasley, o di Luna. Sentì che avrebbe volentieri passato tutto il tempo che gli restava a guardarli un'ultima volta; ma poi avrebbe avuto la forza di distogliere lo sguardo? Meglio così.
   Scese i gradini e si trovò al buio. Erano quasi le quattro del mattino e l'immobilità mortale del parco dava l'impressione che tutto trattenesse il fiato, in attesa di vedere se lui sarebbe stato capace di fare quello che doveva.
   Harry si avvicinò a Neville, che era chino sopra un altro cadavere. «Neville».
   «Cavolo, Harry, mi hai fatto prendere un colpo!»
   Harry si era tolto il Mantello: l'idea gli era venuta dal nulla, nata dal desiderio di essere assolutamente certo.
   «Dove stai andando da solo?» gli chiese Neville, sospettoso.
   «Fa parte del piano» rispose Harry. «Devo fare una cosa. Ascolta...
   Neville...»
   «Harry!» Neville si spaventò. «Harry, non starai pensando di consegnarti?»
   «No» mentì Harry con disinvoltura. «Certo che no... è un'altra cosa. Ma devo sparire per un po'. Sai il serpente di Voldemort, Neville? Ha un ser pente enorme... lo chiama Nagini...»
   «Ho sentito, sì... allora?»
   «Bisogna ucciderlo. Ron e Hermione lo sanno, ma nel caso che non...» L'orrore di quella ipotesi lo soffocò per un attimo, impedendogli di parlare. Ma si riprese subito: era un punto cruciale, doveva fare come Silente, mantenere il sangue freddo, assicurarsi che ci fossero delle riserve, altri che potessero continuare. Silente era morto sapendo che altre tre persone erano a conoscenza degli Horcrux; ora Neville avrebbe preso il posto di Harry: sarebbero stati ancora in tre a parte del segreto.
   «Nel caso che siano... impegnati... e tu riesca...» «Uccidere il serpente?»
   «Uccidere il serpente» ripeté Harry. «D'accordo, Harry. Tu stai bene, vero?»
   «Sto bene. Grazie, Neville».
   Ma quando stava per andarsene, Neville lo afferrò per il polso. «Continueremo tutti a combattere, Harry. Lo sai?»
   «Sì, io...»
   Il senso di soffocamento inghiottì la fine della frase. Non riuscì a dire altro. Neville non parve trovarlo strano. Gli diede una pacca sulla spalla, lo lasciò andare e si allontanò in cerca di altri cadaveri.
   Harry si rimise il Mantello e riprese il cammino. Qualcun altro si muoveva non lontano, chino su una figura distesa a terra. Era a pochi metri quando si rese conto che era Ginny.
   Si fermò di botto. Era accanto a una ragazza che chiedeva della madre.
   «Va tutto bene» le diceva Ginny. «È tutto a posto. Ora ti portiamo dentro».
   «Ma io voglio andare a casa» sussurrò la ragazza. «Non voglio più combattere!»
   «Lo so» rispose Ginny, e la sua voce si spezzò. «Andrà tutto bene».
   Rivoli di freddo gelarono la pelle di Harry. Voleva urlare alla notte, voleva che Ginny sapesse che era lì, che sapesse dove stava andando. Voleva essere fermato, portato indietro, a casa...
   Ma era a casa. Hogwarts era la prima e la migliore casa che avesse conosciuto. Lui e Voldemort e Piton, i ragazzi abbandonati, avevano tutti trovato una casa lì...
   Ginny adesso era in ginocchio accanto alla ragazza ferita e le teneva la mano. Con uno sforzo enorme, Harry si costrinse a proseguire. Gli parve di vedere Ginny voltarsi al suo passaggio: forse aveva avvertito la sua pre senza? Ma non parlò e non la guardò.
   La capanna di Hagrid apparve in lontananza nel buio. Niente luci, niente
   Thor che raspava la porta, né il suo chiassoso latrato di benvenuto. Tutte quelle visite a Hagrid, il riflesso del bollitore di rame sul fuoco, i biscotti duri come sassi e i bruchi giganti, il suo faccione barbuto, Ron che vomitava lumache, Hermione che lo aiutava a salvare Norberto...
   Raggiunse il limitare della Foresta e si fermò.
   Uno sciame di Dissennatori fluttuava tra gli alberi; ne avvertì il gelo e non fu certo di riuscire a oltrepassarli senza conseguenze. Non aveva più la forza per un Patronus. Non riusciva più a controllare il proprio tremito. Non era poi tanto facile morire. Ogni secondo che respirava, l'odore dell'erba, l'aria fresca sul viso, era tutto così prezioso: pensare che altri avevano anni e anni, tempo da perdere, tanto tempo che non passava mai, e lui si aggrappava a ogni singolo istante. Pensò che non sarebbe riuscito a continuare e nello stesso momento seppe che doveva. La lunga partita era finita, il Boccino era stato preso, era ora di lasciare il campo...
   Il Boccino. Con le dita intorpidite, trafficò per un momento con la saccoccia che portava al collo e lo tirò fuori.
   Mi apro alla chiusura.
   Lo fissò, col respiro affannato. Adesso che voleva che il tempo si muovesse il più lentamente possibile, ecco che accelerava, e l'intuizione sembrò arrivare più veloce del pensiero. Era questa la chiusura. Era questo il momento.
   Premette il metallo contro le labbra e sussurrò: «Sto per morire».
   Il guscio dorato si spezzò. Lui alzò la mano tremante, levò la bacchetta di Draco sotto il Mantello e mormorò: «Lumos».
   La pietra nera con la crepa al centro era posata nel Boccino. La Pietra della Resurrezione si era incrinata lungo la linea verticale che rappresentava la Bacchetta di Sambuco. Il triangolo e il cerchio del Mantello e della Pietra erano ancora visibili.
   Di nuovo Harry capì senza dover pensare. Non serviva riportarli indietro, perché lui stava per raggiungerli. Non era lui che andava a prendere loro: erano loro che venivano a prendere lui.
   Chiuse gli occhi e girò la Pietra nella mano, per tre volte.
   Sapeva che era successo perché sentì dei movimenti lievi, che suggerivano la presenza di corpi delicati sul nudo terreno coperto di rametti, al limitare della Foresta. Aprì gli occhi e si guardò intorno.
   Non erano fantasmi, né persone di carne e d'ossa, lo vedeva. Assomi gliavano più che altro al Riddle uscito dal diario tanti anni prima, che era memoria quasi solidificata. Meno concreti di corpi viventi, ma molto più di fantasmi, venivano verso di lui, e su ciascun volto danzava lo stesso sorriso affettuoso.
   James era alto esattamente quanto lui. Indossava gli abiti nei quali era morto e aveva i capelli arruffati e gli occhiali un po' storti come quelli del signor Weasley.
   Sirius era alto e bello, molto più giovane di come Harry l'aveva conosciuto in vita. Avanzava con elegante disinvoltura, le mani in tasca e un sorriso in volto.
   Anche Lupin era più giovane, molto meno trasandato, e aveva i capelli più folti e più scuri. Sembrava felice di essere di nuovo in quel luogo familiare, teatro di tante avventure da adolescente.
   Il sorriso di Lily era il più largo. Avvicinandosi, spinse indietro i lunghi capelli, e gli occhi verdi, così simili a quelli di Harry, frugavano avidi il suo volto, come se non potesse mai saziarsi di guardarlo.
   «Sei stato molto coraggioso».
   Lui non riuscì a parlare. I suoi occhi si beavano di lei, e pensò che gli sarebbe piaciuto star lì a guardarla per sempre, che gli sarebbe bastato.
   «Ci sei quasi» disse James. «Sei molto vicino. Noi siamo... fieri di te». «Fa male?»
   La domanda infantile gli era affiorata alle labbra prima che potesse fermarla.
   «Morire? Niente affatto» rispose Sirius. «È più veloce e più facile che addormentarsi».
   «E lui vorrà che sia rapido. Vuole farla finita» aggiunse Lupin.
   «Io non volevo che moriste». Harry pronunciò questa frase senza volerlo. «Nessuno di voi. Mi dispiace...»
   Si rivolse a Lupin più che agli altri, implorante.
   «... avevi appena avuto un figlio... Remus, mi dispiace...»
   «Dispiace anche a me. Mi dispiace perché non lo conoscerò mai... ma lui saprà perché sono morto e spero che capirà. Stavo lottando per un mondo in cui lui possa vivere una vita più felice».
   Una brezza gelida che sembrava venire dal cuore della Foresta sollevò i capelli dalla fronte di Harry. Sapeva che non gli avrebbero detto di andare, che doveva essere una sua decisione.
   «Resterete con me?»
   «Fino alla fine» rispose James.
    «Non possono vedervi?» chiese Harry.
   «Siamo parte di te» spiegò Sirius. «Invisibili a chiunque altro».
   Harry guardò sua madre.
   «Stammi vicino» sussurrò.
   E si avviò. Il gelo dei Dissennatori non lo fermò; lo attraversò insieme ai suoi compagni, che agirono per lui come Patroni, e insieme passarono tra i vecchi alberi che crescevano vicini, i rami intrecciati, le radici contorte sotto i piedi. Harry si strinse forte nel Mantello, addentrandosi nella Foresta buia, senza avere idea di dove fosse di preciso Voldemort, ma certo di trovarlo. Accanto a lui, quasi senza rumore, camminavano James, Sirius, Lupin e Lily, e la loro presenza era il suo coraggio, la ragione per cui riusciva a mettere un piede dopo l'altro.
   Il suo corpo e la sua mente erano stranamente slegati, gli arti lavoravano senza ricevere istruzioni, come se lui fosse il passeggero, non il conducente, del corpo che stava per lasciare. I morti che camminavano accanto a lui nella Foresta erano molto più reali per lui, ora, dei vivi rimasti al castello: Ron, Hermione, Ginny e tutti gli altri sembravano i fantasmi, adesso che lui inciampava e scivolava verso la fine della sua vita, verso Voldemort...
   Un rumore sordo e un sussurro: qualche altra creatura vivente si era mossa, lì vicino. Harry si arrestò sotto il Mantello e si guardò intorno, in ascolto, e anche i suoi genitori, Lupin e Sirius si fermarono.
   «C'È qualcuno là» sussurrò una voce roca, molto vicino. «Potter ha un Mantello dell'Invisibilità. Possibile che sia...?»
   Due figure sbucarono da dietro un albero: le bacchette brillarono e Harry vide Yaxley e Dolohov scrutare nel buio proprio verso il punto dove si trovavano loro. Era chiaro che non vedevano nulla.
   «Sono sicuro di aver sentito qualcosa» insisté Yaxley. «Un animale, cosa dici?»
   «Quello scemo di Hagrid teneva un sacco di roba qui dentro» rispose Dolohov, sbirciando alle proprie spalle.
   Yaxley guardò l'orologio.
   «Il tempo è quasi scaduto. Potter ha avuto la sua ora. Non verrà».
   «E Lui era certo che sarebbe venuto! Non sarà contento».
   «Meglio tornare» suggerì Yaxley. «E scoprire qual è il nuovo piano».
   Si voltarono e si addentrarono nella Foresta. Harry li seguì, sapendo che l'avrebbero condotto dove voleva. Guardò di lato: sua madre gli sorrise e suo padre gli fece un cenno d'incoraggiamento.
   Camminarono ancora qualche minuto, poi Harry vide una luce, e Yaxley
    e Dolohov entrarono in una radura: Harry riconobbe il posto dove un tempo viveva il mostruoso Aragog. I resti della sua enorme ragnatela erano ancora lì, ma l'orda di discendenti che aveva generato era stata portata via dai Mangiamorte, a combattere per la loro causa.
   Un fuoco ardeva al centro della radura e la sua luce guizzante ricadeva su una folla di Mangiamorte vigili e silenziosi. Alcuni erano ancora incappucciati e mascherati, altri a volto scoperto. Due giganti sedevano ai margini del gruppo, gettando ombre enormi sulla scena, i volti feroci, rozzamente sbozzati come nella roccia. Harry vide Fenrir, appiattato nell'ombra, che si rosicchiava le unghie; il grosso, biondo Rowle si tamponava il labbro sanguinante. Vide Lucius Malfoy, sconfitto e spaventato, e Narcissa, gli occhi infossati, colmi di ansia.
   Gli sguardi erano tutti puntati su Voldemort, che era in piedi, a capo chino, la Bacchetta di Sambuco davanti a sé, chiusa tra le sue mani bianche. Sembrava che pregasse, o contasse mentalmente, e a Harry, immobile ai margini della scena, venne l'assurdo pensiero di un bambino che gioca a nascondino. Dietro a Voldemort, come una mostruosa aureola, galleggiava la luminosa gabbia incantata dove si muoveva l'enorme serpente Nagini.
   Quando Dolohov e Yaxley si riunirono al cerchio, Voldemort alzò lo sguardo.
   «Nessuna traccia di lui, mio Signore» annunciò Dolohov.
   L'espressione di Voldemort non cambiò. Gli occhi rossi sembravano ardere alla luce del fuoco. Lentamente, prese la Bacchetta di Sambuco tra due dita.
   «Mio Signore...»
   Era stata Bellatrix a parlare: era seduta accanto a Voldemort, scarmigliata, qualche traccia di sangue sul volto, ma altrimenti illesa.
   Voldemort la zittì alzando la Bacchetta e lei non disse altro, ma lo contemplò adorante.
   «Credevo che sarebbe venuto» disse Voldemort con la sua voce acuta e chiara, lo sguardo fisso sulle fiamme danzanti. «Mi aspettavo che venisse».
   Nessuno fiatò. Sembravano spaventati quanto Harry. Il suo cuore si scagliava contro le costole come se volesse scappare dal corpo che lui stava per gettar via. Si tolse il Mantello dell'Invisibilità con le mani sudate e lo infilò sotto la veste insieme alla bacchetta. Non voleva essere tentato di combattere.
   «A quanto pare, mi... sbagliavo» concluse Voldemort.
    «No».
   Harry lo disse più forte che poté, con tutta la determinazione che riuscì a radunare: non voleva sembrare impaurito. La Pietra della Resurrezione gli scivolò tra le dita insensibili e con la coda dell'occhio vide svanire i suoi genitori, Sirius e Lupin; si fece avanti alla luce del fuoco. In quel momento sentì che nessuno era importante tranne Voldemort. C'erano solo loro due.
   L'illusione svanì rapida com'era arrivata. I giganti ruggirono, i Mangiamorte si alzarono tutti insieme e si levarono urla, esclamazioni, perfino risate. Voldemort era rimasto immobile, ma i suoi occhi rossi individuarono Harry e lo guardarono venire avanti. Tra loro c'era solo il fuoco.
   Poi qualcuno urlò:
   «HARRY! NO!»
   Si voltò: Hagrid era legato a un albero. Il suo corpo massiccio scosse disperatamente i rami.
   «NO! NO! HARRY, COS'È CHE...?»
   «TACI!» urlò Rowle, e lo zittì con un colpo di bacchetta.
   Bellatrix, balzata in piedi, spostava lo sguardo avido da Voldemort a
   Harry, il petto palpitante. Le sole cose che si muovevano erano le fiamme e il serpente, che attorcigliava e distendeva le spire nella gabbia splendente dietro la testa di Voldemort.
   Harry sentiva la propria bacchetta contro il torace, ma non fece alcun tentativo per sfoderarla. Sapeva che il serpente era protetto troppo bene, sapeva che se anche fosse riuscito a puntarla contro Nagini, cinquanta maledizioni l'avrebbero colpito. Voldemort e Harry continuavano a guardarsi: Voldemort inclinò appena la testa da un lato, contemplando il ragazzo in piedi davanti a lui, e uno strano sorriso, senza gioia, gli increspò la bocca senza labbra.
   «Harry Potter» mormorò. La sua voce era così bassa che avrebbe potuto essere lo scoppiettio del fuoco. «Il Ragazzo Che è Sopravvissuto».
   Nessuno dei Mangiamorte si mosse. Aspettavano: tutto aspettava. Hagrid si divincolava, Bellatrix ansimava, Harry pensò inspiegabilmente a Ginny, al suo sguardo luminoso, alle loro labbra che si toccavano...
   Voldemort alzò la Bacchetta. Aveva ancora la testa piegata da un lato, come un bambino curioso che si chiede che cosa succederà. Harry guardò dentro quegli occhi rossi e sperò che accadesse subito, in fretta, quando ancora riusciva a stare in piedi, prima di perdere il controllo, prima di tradire la paura...
   Vide la bocca muoversi e un lampo di luce verde, e tutto svanì.
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